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domenica 19 Aprile, 2026
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Thailandia PH Pixabay

Il lato oscuro del Sud-Est asiatico low cost

Overtourism, lavoro precario, inquinamento delle isole “da sogno” e responsabilità del turista europeo

Da Davide Cannata
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Sulla brochure il mare è trasparente, la sabbia bianca, le palme perfette. Poi arrivi a destinazione e il primo impatto, la mattina dopo una mareggiata, è un tappeto di plastica: bottiglie, sacchetti, polistirolo che il personale raccoglie in fretta prima dell’ora delle foto per Instagram. In molte località del Sud-Est asiatico il paradiso da cartolina esiste ancora, ma è circondato da discariche a cielo aperto e da una macchina turistica low cost che consuma territorio, lavoro e risorse a un ritmo insostenibile.

Overtourism: quando il paradiso scoppia

Negli ultimi anni destinazioni come Bali, le isole thailandesi o alcune baie delle Phi Phi sono finite nelle liste delle mete “da evitare” proprio a causa del sovraffollamento, del traffico e della pressione insostenibile sulle infrastrutture locali. L’overtourism qui non è un concetto astratto: significa strade bloccate da scooter e minivan, spiagge dove è difficile trovare uno spazio per stendere l’asciugamano e centri storici trasformati in un susseguirsi di bar, ostelli e agenzie di tour.

Per provare a frenare i danni, alcuni governi hanno iniziato a intervenire con misure drastiche: chiusure temporanee di spiagge iconiche, limiti giornalieri agli ingressi, ticket di accesso ai parchi marini. La celebre Maya Bay, resa famosa dal cinema e poi messa in ginocchio da migliaia di barche e turisti al giorno, è diventata il simbolo di una destinazione costretta a “spegnersi” per permettere alla natura di riprendersi.

Lavoro precario sotto il sole dei tropici

Dietro l’idea di vacanza low cost – voli economici, ostelli, pacchetti “party” – c’è un’economia che regge sui salari bassi e su una grande quota di lavoro informale. Camerieri, addetti alle pulizie, guide e autisti di tuk-tuk spesso lavorano con contratti fragili, turni lunghissimi e tutele minime, in settori completamente dipendenti dall’andamento del turismo internazionale.

Paesi come la Thailandia hanno visto il turismo diventare uno dei motori principali del PIL, con intere comunità che vivono quasi esclusivamente della presenza di visitatori stranieri. Questo rende le economie locali vulnerabili alle crisi globali – dalle pandemie ai conflitti – e scarica il rischio soprattutto su chi, alla base della filiera, non ha risparmi né reti di protezione sociale.

Isole “da sogno”, ecosistemi in crisi

L’impatto ambientale del turismo di massa è evidente soprattutto sulle isole più piccole, dove la capacità di carico ecologica viene superata da anni. A Bali, ad esempio, le immagini delle spiagge invase dalla plastica durante la stagione dei monsoni hanno fatto il giro del mondo, mostrando come l’oceano restituisca a riva rifiuti prodotti localmente e scaricati in mare per mancanza di sistemi adeguati di gestione.

In alcune isole thailandesi, come l’arcipelago delle Phi Phi, il problema non è solo la spazzatura ma anche l’acqua: l’enorme aumento di hotel, guesthouse e ristoranti ha messo sotto stress le risorse idriche, con prelievi intensivi e rischi di contaminazione delle falde. Proprio per questo le autorità hanno progressivamente introdotto limiti agli accessi e periodi di chiusura forzata, nella speranza di salvare barriere coralline e biodiversità di cui vive la stessa industria turistica.

La responsabilità (scomoda) del turista europeo

Il turista europeo che sogna il Sud-Est asiatico “low cost” ha un ruolo diretto in questo modello, anche quando non se ne rende conto. La ricerca compulsiva del volo più economico, dell’ostello più economico e del tour più economico spinge la concorrenza al ribasso, premiando chi taglia costi su salari, tutele, gestione dei rifiuti e rispetto dei limiti ambientali.

A questo si aggiunge il fenomeno dei nomadi digitali che lavorano da remoto con visti turistici, usufruendo di infrastrutture e servizi pensati per i residenti senza contribuire davvero in modo stabile al sistema fiscale o di welfare dei paesi ospitanti. E spesso, nonostante l’overcrowding già conclamato, le mete più scelte restano quelle iper-sature – come Bali o alcune isole della Thailandia – perché garantiscono lo scatto perfetto da condividere sui social.

Viaggiare meglio, non smettere di viaggiare

L’alternativa non è smettere di andare in Sud-Est asiatico, ma cambiare modo di andarci. Scegliere periodi di bassa stagione, preferire strutture gestite da realtà locali, evitare le mete indicate da più fonti come “in sofferenza” e distribuire i flussi su destinazioni meno sotto pressione sono alcune delle scelte che un viaggiatore informato può fare.

Esistono anche progetti di volontariato e turismo responsabile regolati, che puntano sulla tutela ambientale e sul supporto alle comunità, purché siano verificati e non siano l’ennesima forma di sfruttamento travestita da buona azione. In un’area del mondo in cui il turismo può essere allo stesso tempo opportunità e minaccia, la differenza la fa sempre di più il comportamento – e la consapevolezza – di chi parte con lo zaino in spalla o con un trolley e un feed da aggiornare.

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