Il dato più forte del referendum sulla riforma della giustizia arriva dai giovani che sono andati alle urne. Sono loro ad aver spinto il No, trasformando una consultazione tecnica in un voto politico contro la maggioranza di centrodestra. La partecipazione ha toccato il 58,9%, segno di un’attenzione alta verso una riforma che molti elettori hanno letto come un giudizio sull’azione del governo. A sorprendere è stata la presenza della generazione Z, quella tra i 18 e i 28 anni. Due su tre sono andati a votare: il 67% di partecipazione, con il 58,5% schierato per il No. Un risultato netto, che conferma come i più giovani non siano affatto disinteressati alla politica. Al contrario, quando sentono in gioco valori e diritti, si mobilitano e votano.
È la stessa generazione scesa in piazza in modo massiccio lo scorso autunno a sostegno della Palestina e delle popolazioni di Gaza martoriate da Israele e la stessa che manifesta contro il surriscaldamento globale. Ragazze e ragazzi cresciuti tra crisi e conflitti, che guarda al mondo con uno sguardo critico verso le istituzioni e verso chi governa. Il referendum ha offerto loro un terreno concreto per esprimere dissenso contro un’intera classe dirigente.
Il voto mostra anche un altro elemento chiaro: il No prevale tra i più istruiti e tra chi ha un livello economico medio o alto, mentre il Sì trova spazio tra le fasce sociali più fragili e tra le casalinghe. Gli operai, invece, si dividono quasi a metà.
C’è poi il dato sull’astensione. La generazione più distante dalle urne non è quella dei giovanissimi, ma quella tra i 29 e i 44 anni, con un tasso vicino al 47,5%. È la fascia che lavora, costruisce una famiglia e fatica a trovare tempo e fiducia nella politica. Il messaggio che esce dal referendum è semplice: i giovani contano, e quando votano possono cambiare l’esito di una consultazione. La “generazione Gaza”, quella che protesta e prende posizione, ha dimostrato di saper trasformare la mobilitazione in voto.
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