Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria chiedono all’Ue di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche. La lettera firmata anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti punta a creare uno strumento temporaneo per redistribuire i guadagni straordinari legati alla guerra e alleggerire il peso su famiglie e imprese. Un principio elementare di giustizia sociale, ma di questi tempi bisogna accontentarsi di questo: di una misura pavida e tardiva; di una discussione che deve ancora aprirsi, e procederà zoppicando o magari si arenerà su chissà quale cavillo.
“Non sia punitiva per le imprese”
Briciole, dopo anni e anni di complicità del nostro e di tanti altri governi europei verso chi speculava e incassava miliardi. Con quei miliardi, del resto, oltre a comprare yacht, jet, isole private e beni di lusso, gli speculatori finanziavano campagne elettorali e garantivano spazio e sempre una buona parola sui propri giornali e le proprie televisioni. Intanto milioni di cittadini facevano i conti della serva per arrivare a fine mese.
Ora, forse, un piccolo passo avanti: si inizierà a ragionare su un sistema di tassazione europeo che porti i fondi strettamente necessari a non cadere in un buco nero. “Ok all’iniziativa ma che non sia punitiva verso le imprese”, ha avvertito la neo-capogruppo di FI al Senato Stefania Craxi.
Il precedente
Già nel 2022, a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, il governo di Mario Draghi aveva varato una tassa sugli extraprofitti. Un intervento in linea con la postura economica e ideologica del presidente del Consiglio “che tutto il mondo ci invidia(va)”, ovvero timido, pieno di falle, che produsse un gettito limitato.
Poi però è arrivato il governo Meloni, che non solo non ha rafforzato lo strumento ma lo ha manomesso, introducendo correttivi che hanno ridotto gli incassi per centinaia di milioni. Nel frattempo, le grandi compagnie energetiche continuavano ad accumulare utili enormi, mentre cittadini e imprese assorbivano l’impatto dell’inflazione e del caro energia.
La marcia indietro sulla transizione
Oggi, con lo spettro del gasolio a 3 euro al litro, l’esecutivo prova goffamente a cambiare linea sugli extraprofitti. Nel frattempo il costo della crisi è stato scaricato altrove: bollette più alte, accise prorogate, risorse pubbliche drenate per tamponare l’emergenza. Ciliegina sulla torta, la transizione energetica, l’unica parziale via d’uscita a una dipendenza da idrocarburi che si trasforma ciclicamente in ricatto economico e geopolitico, è stata affossata.
Per il governo, la via d’uscita è la proroga delle centrali a carbone fino al 2038 e il rilancio delle centrali nucleari, per la cui costruzione e messa a regime sarebbero però necessari tanti anni e tanti miliardi. Con dei governi così, che te ne fai dei nemici?
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