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sabato 18 Aprile, 2026
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Il prezzo della guerra negli Usa: l’inflazione balza al 3,3% ma la Core resiste

Il tasso è salito dello 0,9% in un solo mese a causa dei rincari del prezzo dell'energia legati al conflitto in Iran. I mercati restano incerti e Trump è sempre più sotto pressione

Da Laura Laurenzi
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La guerra in Iran pesa anche sui portafogli dei cittadini statunitensi. Gli ultimi dati pubblicati dall’indice dei prezzi al consumo (Cpi) registrano un balzo dell’inflazione Usa al 3,3% nel mese di marzo. Un +0,9% rispetto al 2,4% di febbraio, come riferisce il Bureau of Labor Statistics. Ovviamente, a pesare su queste statistiche è l’impennata dei costi energetici dovuta al conflitto nel Golfo, che ha provocato un rialzo dei prezzi dei beni alimentari e dei carburanti.

A marzo, il costo della benzina negli Usa è cresciuto del 20%, anche a causa dell’instabilità nelle forniture di petrolio. Con questi rincari, il potere di acquisto delle famiglie è diminuito e al contempo è cresciuto il rischio di una crescita economica più debole nel breve periodo. Una crisi che arriva in un momento cruciale, in quanto la Federal Reserve (Fed) – il sistema delle banche centrali Usa – dovrà presto decidere se procedere o meno con un taglio dei tassi di interesse nel Paese. Un tema assai caro a Trump.

A rincuorare è il dato relativo all’inflazione Core, ovvero depurata dai prezzi volatili di alimentari ed energia, che si è attestato a un modesto 0,20%. In questo modo, il dato su base annua a un ragionevolmente contenuto 2,60%. Secondo John Kerschner, Global Head of Securitized Products and Portfolio Manager di Janus Henderson Investors, la Fed potrebbe prendere una decisione sulla base della reale durata del conflitto. Anche se lo Stretto di Hormuz riaprisse in tempi brevi, i rincari durerebbero ancora a lungo.

Le ripercussioni della guerra negli Usa

L’amministrazione Trump continua comunque a sostenere che le conseguenze della guerra saranno solamente temporanee, chiarendo quindi che presto la situazione tornerà alla normalità. Secondo gli analisti, invece, considerato che il traffico nello Stretto di Hormuz è ancora molto ridotto, contesti ben peggiori stiano per arrivare.

Un’incertezza che si ripercuote anche sui mercati. Dopo il balzo dovuto alla tregua stipulata tra Usa e Iran, oggi Wall Street ha aperto mista. A pesare è stato proprio il dato sull’inflazione Usa. Nei primi scambi l’indice Dow Jones segna -0,27% con 48.053,75 punti, lo S&P +0,11% con 6.832,37, mentre il Nasdaq +0,43% con 6.832,37.

Sembra che proprio l’attuale situazione di crisi abbia spinto Donald Trump ad aprire ai negoziati con Teheran, al fine di placare l’ira dei cittadini Usa. I sondaggi politici, infatti, non mentono: gli statunitensi non approvano più la linea del tycoon in politica estera.

Leggi anche: Iran: “Parteciperemo ai colloqui solo quando in Libano ci sarà una tregua”

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