lunedì 11 Maggio 2026
Meloni e Rama. ANSA_Filippo Attili - Ufficio stampa di Palazzo Chigi

“In Albania i migranti presi in mare”: il governo rispolvera il piano A

Le strutture di Shengjin e Gjader sono state convertite in costosissimi centri per il rimpatrio, ma con l'entrata in vigore del Patto europeo sull'asilo potrebbero tornare hub di frontiera. Nonostante i gravi sospetti di incostituzionalità

Da Giustino Marai
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I centri per migranti costruiti dall’Italia in Albania potrebbero presto cambiare ancora funzione. Dopo la conversione in Cpr decisa dal governo per evitare che le strutture di Shengjin e Gjader restassero vuote, il governo starebbe lavorando a un nuovo decreto per riportarle alla missione iniziale: ospitare i richiedenti asilo soccorsi in mare senza passare dal territorio italiano. Un ritorno al “piano A” che si intreccia con l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su asilo e migrazione prevista per il giugno 2026.

Il nuovo accordo con Tirana

Il primo passaggio arriverà già nei prossimi giorni in Parlamento con la ratifica del nuovo accordo di “cooperazione strategica” firmato da Giorgia Meloni e dal premier albanese Edi Rama nel novembre scorso. Nel testo si parla di “sviluppare ulteriormente la cooperazione relativa a soluzioni innovative” in vista dell’applicazione del nuovo Patto europeo. Dietro questa formula, secondo fonti della maggioranza, ci sarebbe appunto la volontà di riportare i centri albanesi alla funzione originaria prevista dal protocollo del 2023.
La trasformazione in Cpr aveva permesso al governo di aggirare i blocchi arrivati dai magistrati, ma aveva anche alimentato le critiche delle opposizioni: migranti già trattenuti in Italia venivano trasferiti oltre Adriatico in strutture che, secondo le stime ufficiali, costeranno ai contribuenti circa 670 milioni di euro tra il 2024 e il 2028.

Il nodo del Patto Ue

Il governo punta molto sul nuovo Patto europeo, che entrerà in vigore il 1° giugno 2026 e ridefinirà anche il concetto di “Paese terzo sicuro”. Le nuove norme ampliano infatti la possibilità di trasferire richiedenti asilo in Stati extra-Ue ritenuti sicuri sulla base di accordi internazionali.
Per l’esecutivo, questo quadro normativo potrebbe offrire una copertura più solida al modello Albania, ma il tema resta controverso.
Per Riccardo Magi, leader di +Europa, «Qualora il governo volesse cambiare di nuovo la destinazione d’uso dei centri albanesi alla luce del nuovo patto europeo, si tratterebbe dell’ennesima grave forzatura per camuffare da innovazione questo fallimento disumano».
Ma i piani del governo Meloni non sono l’unico problema. Secondo molte associazioni e giuristi, il nuovo sistema europeo rischia di restringere drasticamente il diritto d’asilo e di favorire l’esternalizzazione delle procedure migratorie verso Paesi che non sono davvero sicuri.

I dubbi della Consulta

Sul tema è intervenuto anche il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso: «L’articolo 10 della Costituzione è un chiaro parametro ed è possibile si ponga una questione di costituzionalità», ha spiegato. L’articolo in questione stabilisce infatti che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Non nel territorio di un qualsiasi paese terzo giudicato “sicuro” in base a criteri sempre più sfuggenti, ma nel territorio della Repubblica italiana.
Per Amoroso ad oggi sarebbe complicato fare «una valutazione preventiva e prognostica» di quanto accadrà quando il Patto europeo sarà in vigore. Ma il nodo c’è, e potrebbe presto venire al pettine.

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