mercoledì 6 Maggio 2026
Giuli e Buttafuoco. ANSA_Riccardo Antimiani

Non solo Giuli e Buttafuoco: la destra è minata dalle faide interne

Quello tra il Ministro della Cultura e il presidente della Biennale è solo l'ultimo scontro di una lunga serie: da Crosetto e Mantovano a Salvini e Vannacci, il governo è in equilibrio precario

Da Giustino Marai
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Il governo Meloni è da poco diventato il secondo governo più longevo della storia della Repubblica, a settembre potrebbe scalzare anche il governo Berlusconi II in testa alla classifica, e non è da escludersi che possa diventare il primo a completare la legislatura arrivando a settembre 2027. Per riuscirci, però, dovrà fare i conti anche con le tensioni interne. Tensioni che spesso vanno oltre le logiche della normale dialettica politica: faide personali, guerre striscianti che improvvisamente affiorano in superficie, lotte senza esclusioni di colpi per conquistare o mantenere il potere a discapito del rivale.

Giuli vs Buttafuoco

L’ultimo in ordine temporale è lo scontro tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. L’invito alla Federazione Russa a partecipare alla Biennale nonostante le sanzioni e la minaccia della revoca dei fondi europei sono stati la miccia di uno scontro che è diventato anche personale, nonostante l’amicizia che lega, o legava, i due. Per il ministro Giuli, il presidente della Fondazione “si è autocommissariato”, causando un danno d’immagine alla Biennale. Buttafuoco, nelle parole di Giuli, è stato “vittima di una fantasia pacificatoria. Voleva l’Onu dell’arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al Parlamento”. E ha concluso: “Pietrangelo è capacissimo, sì, capacissimo di tutto”.

Crosetto vs Mantovano

Ancora più delicato è stato ed è il confronto tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario Alfredo Mantovano, regista dei servizi segreti. Qui, formalmente, lo scontro ha riguardato e riguarda il controllo di informazioni strategiche e il perimetro delle rispettive competenze. Ma le voci di una “guerra strisciante” sono state esplicitate persino in aula, da Matteo Renzi, che dopo l’affaire-Dubai ha addirittura alluso a “qualcuno nei servizi di intelligence che ha messo di mira il ministro della Difesa”. E dietro le quinte c’è chi, considerati i profili coinvolti e il loro peso nell’area conservatrice, parla di una competizione che va oltre le contingenze e si pone il più ambizioso degli obiettivi: l’approdo al Quirinale al termine del mandato di Mattarella.

Urso vs Giorgetti

Un’altra faida è quella tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il primo spinge per politiche industriali espansive e per il sostegno alle imprese, il secondo difende una linea di rigore sui conti pubblici. Sulla scorta di queste divergenze politiche sarebbe nata una profonda antipatia personale, e reciproci tentativi di mettere in discussione la credibilità, se non la poltrona, del rivale. A rischiare di più sarebbe stato Adolfo Urso che, dopo le voci di una quasi certa richiesta di dimissioni da parte di Meloni, sarebbe riuscito in extremis a blindare la propria posizione grazie a un riavvicinamento con Confindustria. Al MEF, il prosecco è rimasto in frigo.

Salvini vs Vannacci

Di rivali, Matteo Salvini ne ha parecchi. La sua posizione di segretario della Lega è stata più volte insidiata da esponenti fedeli a una linea più nordista e autonomista come Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Il caso più scottante è però quello del generale Roberto Vannacci che, dopo essere asceso alle cronache nazionali per il suo grottesco libello in odore di razzismo, misoginia e omofobia, è stato candidato con successo da Salvini all’Europarlamento. Peccato che poi il generale gli abbia voltato le spalle fondando una sua lista, Futuro Nazionale, che fa opposizione da destra al governo Meloni e cerca di guadagnare consenso soprattutto tra gli elettori della Lega. “Coerenza zero”, l’ultimo pensiero che Salvini ha dedicato a Vannacci.

Il rimpasto in Forza Italia

Anche Forza Italia, dopo la sconfitta referendaria, è andata incontro a un profondo, e da molti indesiderato, rimpasto. Rimpasto chiesto, se non ordinato, dalla famiglia Berlusconi, che evidentemente nei confronti di Tajani e dei suoi fedelissimi non nutriva e non nutre più una fiducia incondizionata. Fuori Gasparri e Barelli, dentro Stefania Craxi ed Enrico Costa, mentre Giorgio Mulè si fa sotto per la leadership. Al momento l’apice della crisi sembra superato, ma ogni pretesto sarà buono per riaprire la corsa alla successione.

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