Oggi in Aula si vota per la fiducia sul decreto sicurezza. Dal fermo preventivo senza la convalida del giudice all’ingresso degli infiltrati nelle carceri, diversi punti potrebbero finire davanti alla Consulta.
Il fermo preventivo
L’attenzione si è concentrata sui premi per i rimpatri volontari, ma il vero rischio giuridico è il nuovo “fermo preventivo”. L’idea di poter portare in questura per dodici ore chiunque venga considerato “pericoloso” prima di una manifestazione, senza che un giudice ne convalidi l’effettiva necessità, andrebbe contro la nostra Costituzione. Da qui nasce la gravità di privare qualcuno della propria libertà personale basandosi solo su “indicatori di rischio” vaghi, tanto che i primi casi a Roma contro gli anarchici hanno già mandato in tilt le Procure.
Difesa negata e spie in cella
Ancora più duro l’attacco ai diritti fondamentali dei più fragili con la cancellazione del gratuito patrocinio agli stranieri. Questo, nei fatti, significa negare il diritto alla difesa, essendo molto difficile ottenere certificazioni di reddito dai Paesi d’origine (di cui molti in piena guerra), rendendo così l’espulsione un atto privo di qualunque tutela legale. Il rischio è quello di violare l’articolo 24 della Costituzione, che dice: ”La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”.
Altra novità apportata dal decreto è l’ingresso degli “agenti provocatori” in carcere. Si tratterebbe di infiltrati pronti a fingersi detenuti, medici o educatori per raccogliere informazioni. Per Antigone, storica associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, l’introduzione degli infiltrati nelle carceri ”snatura profondamente il ruolo della Polizia Penitenziaria, trasformandola da corpo orientato alla sicurezza interna e al trattamento rieducativo in un apparato opaco di intelligence”. Se la polizia penitenziaria smette di essere un corpo orientato alla rieducazione del detenuto per diventare un corpo di spionaggio, il fine della pena non ha più senso di esistere.
Uno scontro inevitabile con la Costituzione
Infine, l’annullamento della distinzione tra fatti di lieve entità e reati gravi per quanto riguarda le droghe, senza alcuna distinzione tra le diverse sostanze. Una nuova stretta, dopo quella del decreto Caivano, che prevedeva ”cinque anni di pena per l’uso di cannabis rendendo ancora più affollate le nostre carceri’‘, denuncia il segretario di Più Europa, Riccardo Magi che lunedì, insieme ai Radicali, ha protestato davanti a Montecitorio con spinelli in mano e scambi di piccole quantità di cannabis.
Il decreto diventerà così legge dello Stato, ma la reale tenuta di questo provvedimento si misurerà nei tribunali, dove saranno inevitabili ricorsi diretti alla Corte Costituzionale.
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