Il servizio di emergenza territoriale 118 perde medici, infermieri e capacità di risposta. A lanciare, ancora una volta, l’allarme è Mario Balzanelli, presidente nazionale della Sis 118, che descrive una crisi ormai strutturale: organici dimezzati, età media alta, aggressioni, burnout e promesse politiche rimaste senza seguito. Un problema che non riguarda solo gli operatori, ma la sicurezza dei cittadini nel momento più fragile: quello dell’emergenza.
“Una razza in via di estinzione”
“Siamo in via di estinzione”, denuncia Balzanelli. “I medici stanno andando via in massa dal 118: gli organici sono ormai ridotti di almeno la metà, se non di due terzi. E incominciano a mancare anche gli infermieri”. Secondo il presidente della Sis 118, tra medici convenzionati e dirigenti medici “siamo rimasti in circa 2.600 in tutta Italia, quando dovremmo essere almeno il triplo. E l’età media è molto alta, circa 60 anni”.
La progressiva scomparsa del medico dell’emergenza territoriale, insiste, “compromette la qualità dell’assistenza ricevuta da chi si trova in imminente pericolo di vita”. Senza togliere nulla a infermieri e autisti-soccorritori, aggiunge, “il medico del 118 non è sostituibile, non è vicariabile e fa la differenza tra la vita e la morte”.
“Nessuno più di noi è esposto a certi rischi”
La richiesta è quella di una riforma vera, accompagnata da un’iniezione di risorse.
Per il presidente della Sis 118 servono indennità specifiche per medici, infermieri e autisti-soccorritori: rischio in itinere, rischio ambientale e rischio biologico. Ma anche strumenti contrattuali ad hoc e maggiori tutele legali. “Nessun operatore sanitario più di noi opera in condizioni di rischio. Nessuno più di noi è esposto al rischio di farsi davvero male, intanto andando h24, 365 giorni all’anno, ad alta velocità sulla strada. Ma anche incappando in aggressioni e minacce e nel burnout che poi spinge molti ad andare via”.
Le promesse del 2023
L’allarme non nasce oggi. Già nel luglio 2023 Balzanelli aveva portato la protesta del 118 a Roma, incontrando il ministro della Salute Orazio Schillaci. Dopo quell’incontro erano arrivate rassicurazioni sulla pari dignità degli operatori del 118 e sullo sviluppo del sistema. Ma, a quasi tre anni di distanza, quelle promesse non si sono trasformate in interventi risolutivi.
Ora Balzanelli torna a chiedere “di rompere il muro di silenzio che avvolge il 118”, un servizio che, denuncia, continua a essere “sistematicamente dimenticato da ogni provvedimento legislativo, da ogni allocazione di risorse, da ogni valorizzazione del personale, da ogni programmazione sanitaria”.
Il burnout svuota il Ssn
La crisi del 118 si inserisce in un quadro più ampio. Anche negli ospedali il personale è sotto pressione. Secondo un’indagine Fadoi, il 25% degli internisti soffre di burnout e il 65,4% lo ha sperimentato almeno una volta. Il 26,4% pensa al pensionamento anticipato, il 20,2% valuta il passaggio al privato e il 10,1% considera l’estero.
Le condizioni di lavoro sono giudicate peggiorate dal 49,5% degli internisti e “molto peggiorate” dal 19,7%. Per migliorare assistenza e qualità del lavoro, il 57,2% indica come prioritaria l’assunzione di personale medico e infermieristico. Ma la richiesta più forte riguarda il riconoscimento della complessità delle medicine interne, da riclassificare come strutture a medio-alta intensità di cura.
Il rischio desertificazione
“I risultati dell’indagine”, commenta il presidente Fadoi Andrea Montagnani, “indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale. Carichi di lavoro a volte insopportabili e incompatibili con un minimo di vita privata e familiare, scarse aspettative di carriera e condizioni contrattuali non degne della professione hanno già spinto circa 12mila medici negli ultimi anni ad abbandonare il servizio pubblico”.
Il rischio, dunque, è che l’emergenza diventi sistema: ambulanze senza medici, reparti svuotati, professionisti in fuga e pazienti sempre più esposti. “Come indicano i dati allarmanti sul burnout”, conclude Montagnani, “ne va della salute dei medici, ma in primis della qualità delle cure”.
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