Stati Uniti e Iran hanno firmato a distanza il Memorandum d’intesa di Islamabad, facendo partire i 60 giorni di negoziati per arrivare a un accordo definitivo. Donald Trump e Massoud Pezeshkian hanno ratificato il testo che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, la sospensione delle restrizioni americane sul petrolio iraniano e una graduale revoca delle sanzioni. Ma il dissenso di Israele e la prosecuzione degli scontri in Libano rendono tutt’altro che scontata la tenuta dell’intesa.
Le firme di Trump e Pezeshkian
Trump ha sottoscritto il memorandum durante il G7 in Francia. Interpellato dai giornalisti all’uscita dalla Reggia di Versailles, si è limitato a confermare: «L’ho appena firmato». Poco dopo, la presidenza americana ha pubblicato su X un filmato in cui il presidente, accanto a Emmanuel Macron, appone la firma, sorride e mostra il pollice alzato.
Sul fronte iraniano, a firmare è stato il presidente Pezeshkian. «Il testo del Memorandum d’intesa di Islamabad è stato finalizzato con le firme dei presidenti: ora è il momento di testare l’attuazione dell’accordo», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri Baghaei.
La cerimonia prevista in Svizzera tra il vicepresidente americano JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf potrebbe quindi non essere più considerata necessaria.
Le misure immediate
Il primo passaggio operativo riguarda lo Stretto di Hormuz. Il premier pakistano Shehbaz Sharif, tra i principali mediatori insieme al Qatar, ha spiegato che il memorandum entrerà in vigore con effetto immediato: «Come primo passo, la Repubblica islamica dell’Iran riaprirà immediatamente lo Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti d’America revocheranno immediatamente il blocco navale», ha scritto Sharif.
In cambio, Washington sospenderà le restrizioni sulle esportazioni iraniane di greggio. La revoca completa e permanente delle sanzioni dipenderà invece dall’esito del negoziato dei prossimi due mesi.
Il grande ostacolo israeliano
La principale incognita è rappresentata da Israele, che non ha firmato il memorandum e contesta l’estensione della tregua al Libano, dove il governo di Benjamin Netanyahu rivendica il diritto di continuare le operazioni contro Hezbollah. Proprio nelle ore successive alla firma, un riservista israeliano è morto durante combattimenti nel sud del Libano.
Dal canto suo, Hezbollah ha accolto favorevolmente l’intesa. Il segretario generale Naim Qassem l’ha definita «una grande vittoria» dell’Iran e ringraziato Teheran per aver imposto la pacificazione del fronte libanese come condizione dell’accordo. Ha poi invitato i propri sostenitori e i governi regionali a utilizzare l’accordo per «espellere Israele».
I sessanta giorni di negoziati
L’accordo produce effetti economici immediati e ha già avuto un impatto notevole sui circuiti finanziari internazionali e sulle borse, con i prezzi del petrolio che hanno registrato una flessione. Non risolve però i nodi centrali. Restano da definire il futuro del programma nucleare iraniano, il calendario della revoca delle sanzioni e i meccanismi di controllo. Soprattutto, resta da capire se Israele accetterà davvero la tregua o cercherà di nuovo di sabotare l’accordo.
Al momento, la firma consente a Trump di rivendicare un falso successo diplomatico e all’Iran di respirare. Ma il Memorandum di Islamabad non è ancora la pace: è l’inizio di sessanta giorni di negoziati che possono saltare in qualsiasi momento.
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