È morta a 73 anni a Riga Uljana Semionova, la gigante gentile che ha dominato il basket mondiale tra anni ’70 e ’80, diventando un simbolo per l’Urss prima e per la Lettonia poi.
Una carriera semplicemente imbattibile
Imbattibile, letteralmente: in vent’anni di carriera Uljana Semionova ha perso solo una manciata di partite, trasformando il Daugawa Riga in una macchina perfetta e la nazionale sovietica in una corazzata senza sconfitte per 18 anni. Con il club lettone ha conquistato 11 Coppe dei Campioni, di cui 8 consecutive, mentre con l’Unione Sovietica ha vinto 2 Olimpiadi, 10 Europei e 3 Mondiali. Alla prima apparizione del basket femminile ai Giochi, Montreal 1976, fu protagonista assoluta: l’Urss travolse gli Stati Uniti 112-77 e lei firmò 32 punti, imponendosi grazie ai suoi 213 centimetri, ma anche a un basket fatto di tecnica, intelligenza e lavoro.
Il suo dominio era tale da risultare “ingiocabile” per le avversarie, tanto che venne esclusa dagli Euroscar della Gazzetta dello Sport per “manifesta superiorità”. Non era solo una montagna che prendeva rimbalzi e segnava senza saltare: le sue mani erano descritte come morbide, il gioco umile e altruista, perfino attento a non far male a chi provava a marcarla.
L’umanità dietro la campionessa
Dietro la campionessa imbattibile c’era una donna che tutte ricordano come dolce e generosa, qualità che spiccavano nonostante una stazza che incuteva timore in campo. Gli ultimi anni sono stati durissimi: Semionova viveva con una modesta pensione e nel 2022 aveva subito l’amputazione di una gamba per una malattia degenerativa, con la necessità di una protesi costosa.
Per aiutarla nacque subito una staffetta di solidarietà, promossa da Jacky Chazalon, stella del basket francese e sua compagna al Clermont-Ferrand nella parte finale della carriera, quando Uljana era riuscita a espatriare dopo i 35 anni. Semionova è stata anche amica e grande rivale della nostra Mabel Bocchi, scomparsa poche settimane fa: fra loro c’era un legame speciale, fatto di rispetto, ironia e piccoli gesti fuori dal campo. Bocchi ricordava così un episodio ai Mondiali di Cali 1975: “Ero in corsa per la classifica di capocannoniera e con l’Italia dovevamo sfidare la sua Urss, per noi inarrivabile. La pregai, parlando in …latino perché nessuna delle due aveva familiarità con lingue straniere, di segnare poco, per lasciarmi quel titolo. E lei lo fece, fingendo di sbagliare l’inverosimile per tutta la partita”.
Orgoglio della Lettonia e della Hall of Fame
Ritiratasi nel 1985, Semionova è diventata negli anni un orgoglio nazionale per la sua Lettonia, che dopo la caduta del Muro ha ritrovato indipendenza e identità. A 13 anni era stata segnalata dall’insegnante di educazione fisica all’Accademia dello Sport di Riga, dove si trasferì giovanissima, legandosi per sempre a quella città che l’aveva adottata.
Il riconoscimento più clamoroso arrivò nel 1993, quando divenne la prima donna non americana introdotta nella Hall of Fame di Springfield. In quella occasione scelse di parlare nella sua lingua: “Sono fiera di onorare la mia nazione, la Lettonia. È una compensazione dei tanti anni in cui non ho potuto rappresentarla. Il basket mi ha insegnato a vivere ed amare.” Parole che raccontano la fierezza di una atleta che, oltre i confini dell’Urss, ha incarnato la rinascita di un Paese baltico deciso a riappropriarsi della propria storia.
Un’eredità che va oltre i canestri
Il dopocarriera di Uljana Semionova non è stato solo memoria di trofei: la gigante di Riga è stata figura autorevole, stimata e capace, chiamata a ricoprire importanti incarichi nello sport. Per molte generazioni ha rappresentato l’idea che una ragazza partita da un’Accademia a 13 anni potesse diventare un modello mondiale, pur restando profondamente legata alle proprie radici.
La sua storia resta segnata da un contrasto forte: la grandezza sportiva, il mito di una campionessa imbattibile, e la fragilità degli ultimi anni, affrontati con dignità e circondata dall’affetto di ex compagne e avversarie. Oggi il basket mondiale saluta una leggenda, ma soprattutto una donna che, come amava ricordare lei stessa, aveva trovato nello sport una scuola di vita: “Il basket mi ha insegnato a vivere ed amare.”
