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sabato 18 Aprile, 2026
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Cappato: “La storia di Libera crea un precedente, non ci sono scuse per negare il suicidio assistito”

“Mi sono autodenunciato per il caso di Martina Oppelli e seguo un nuovo caso a Trieste"

Da Simona Maggi
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Libera è la prima donna in Italia, morta tramite il suicidio assistito, che ha potuto autoiniettarsi il farmaco grazie a un macchinario oculare ideato dal CNR.
Dopo due anni di battaglie giudiziarie alla donna toscana di 55 anni sono stati riconosciuti i requisiti necessari per accedere al suicidio assistito, ma essendo completamente paralizzata per la sclerosi multipla, non poteva somministrarsi il farmaco. Il CNR ha quindi ideato uno strumento apposito affinchè potesse somministrarsi il farmaco autonomamente.

Abbiamo chiesto a Marco Cappato il valore di questa storia:
“La vicenda di Libera crea un precedente, non ci si può approfittare del fatto che una persona non è in grado di autosomministrarsi il farmaco. Non c’è più questa scusa per toglierle un diritto. Grazie al macchinario Libera ha potuto porre fine alle sue sofferenze”.

Perchè Libera è riuscita ad accedere al suicidio assistito in Italia mentre la triestina Martina Oppelli è dovuta andare in Svizzera?

“Nel caso di Libera c’è stata un’attuazione coerente di quanto stabilito dalla legge, mentre l’azienda sanitaria di Trieste (Asugi) ha disatteso le indicazioni della Corte. La sentenza Cappato stabilisce quattro requisiti per accedere al suicidio assistito: la persona deve essere affetta da una patologia irreversibile, deve essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, deve soffrire in modo intollerabile, deve essere tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, fra i quali rientrano i trattamenti forniti da caregivers e familiari, nonché la nutrizione artificiale, la ventilazione ecc…

Anche Libera è stata tentata di andare in Svizzera, ma dopo anni di battaglie legali le è stato dato l’accesso al suicidio medicalmente assistito. A Martina, invece, l’Asugi non ha riconosciuto la presenza dell’ultimo requisito, nonostante avesse una macchina per la tosse perchè non era in grado di tossire da sola e non potesse sopravvivere senza la presenza costante di un caregiver”.

Nel caso di Martina Oppelli perchè lei, Claudio Stellari, Matteo D’Angelo, e Felicetta Maltese vi siete autodenunciati “solo” ora e non prima?

“Martina, prima di partire per la Svizzera, aveva denunciato l’Augis per tortura e per averla costretta al supplizio di affrontare un viaggio, fino in Svizzera, nelle sue condizioni.
Non appena abbiamo scoperto che il caso era stato archiviato perchè per la procura di Trieste la valutazione delle condizioni di Martina rientrava nella discrezionalità del medico, ci siamo autodenunciati.

“A Trieste siamo seguendo un nuovo caso, è una scelta politica quella di negare il suicidio assistito”

E’ questo che noi contestiamo, la condizione di Martina era oggettiva, senza l’assistenza di un caregiver non sarebbe potuta sopravvivere da sola. Le opzioni sono quindi due: la regione ha sbagliato e avrebbe dovuto aiutare Martina, o abbiamo sbagliato noi e rischiamo 11 anni di carcere. A Trieste c’è un nuovo caso: una donna ha ricevuto il diniego all’accesso al suicidio assistito dalla stessa azienda sanitaria. Siamo di fronte alla scelta politica di bloccare le richieste che arrivano.”

Ha un ricordo di Libera che l’ha colpita?

“Mi ha colpito la sua capacità di scherzare, nonostante la sofferenza ha sempre combattuto. Libera non ha mai voluto mostrare il suo volto o fare conoscere il suo nome, anche se sapeva che dal punto di vista mediatico avrebbe potuto aiutare la sua causa.

Ha preferito mantenere il riserbo a costo di soffrire più a lungo. Un appunto anche su Martina, che ha sempre voluto preservare la sua dignità e presentarsi con decoro, ha sempre lavorato, si è sempre curata.
Martina si è resa conto di aver pagato il prezzo di questa scelta, ma si dovrebbe capire che la dignità di vita non è incompatibile con il diritto di concludere le proprie sofferenze.”

 

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