domenica 7 Giugno 2026
Caporalato

Cgil a La Sintesi: “Così i braccianti sono stati abbandonati dal Governo Meloni ai caporali”

Sulla strage dei lavoratori stranieri ad Amendolara, il segretario generale comprensoriale di Cgil Pollino Sibartide Tirreno Andrea Ferrone afferma: "La legge c'è ma non si applica. Il decreto flussi invece è criminogeno"

Da Maria Vittoria Ciocci
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Dopo il caso Amendolara l’attenzione converge nuovamente sul tema del caporalato e dello sfruttamento della manodopera, soprattutto straniera. Per combattere il dilagarsi del fenomeno, nel 2016 il Governo Renzi ha approvato la legge 199, che ha modificato l’art. 603-bis del codice penale, estendendo la responsabilità anche agli imprenditori che approfittano dei lavoratori e inasprito le pene.

C’è poi il nodo del decreto flussi, le cui fondamenta poggiano sulla legge Bossi-Fini del 2002. Quest’ultima presenta diverse criticità e non contribuisce certo all’integrazione dei cittadini stranieri, soprattutto se irregolari. Alla luce di quanto accaduto ai quattro cittadini pakistani e afgani bruciati vivi all’interno di un minivan, ci siamo confrontati con il segretario generale comprensoriale di Cgil Pollino Sibartide Tirreno, Andrea Ferrone.

Andrea Ferrone, la legge 199 è definita “monca”. Perché? Cosa manca?

“Più che monca è inapplicata. La legge c’è e noi l’abbiamo accolta con molto piacere. È stata la Flai Cgil a proporla. Il problema è che, se poi alle leggi non dai risorse e non le applichi, è chiaro che può anche essere la più bella del mondo per com’è scritta, ma perde di sostanza. Sul tema della prevenzione, prima di parlare di modifiche e migliorie, è importante quindi risolvere il problema a monte e applicarla”.

Quali sono le criticità del decreto flussi voluto dal Governo Meloni? Perché rischia di favorire il caporalato?

“Anche lì c’è un problema a monte e riguarda la legge Bossi-Fini. Nessun governo – di centro, destra e sinistra – sembra abbia compreso che è criminogena. Rende difficile l’immigrazione regolare, non risolve il problema dei cittadini stranieri, lascia le porte aperte all’immigrazione irregolare che è perseguita e quindi queste persone finiscono nelle mani dei caporali. Diventano così carne da macello per la criminalità organizzata. Prova ne è quello che è successo ad Amendolara”.

Da quanto tempo siete a conoscenza dell’esistenza di una forma di caporalato pakistana e indiana nel territorio?

“Da tempo immemore, sono quindici anni che la Sibaritide e tutte le zone collegate vedono questi fenomeni. Poveri cristi pagati pochissimo, che sono soggetti a trasporto abusivo, vivono in dieci in una casa e non parlano la lingua. Sono molti, soprattutto quelli irregolari, in mano a questi caporali. Noi ne siamo a conoscenza da parecchio, l’abbiamo denunciato, ma è una lotta impari. Qui ci troviamo di fronte a decine di migliaia di persone. Noi siamo una ventina e dobbiamo gestire circa 35 mila braccianti, più quelli che non vediamo. È una cosa spaventosa”.

Quanti casi di aggressioni o uccisioni dei lavoratori di origine straniera si registrano in media in Calabria?

“Alcune cose neanche si vengono a sapere. Non saprei quantificare, ma c’è uno sfruttamento generalizzato. Ci sono violenze e purtroppo fenomeni degenerativi”.

Qual è quindi la soluzione?

“Governo, Regioni, Comuni e sindacato hanno degli strumenti. Oltre alla legge 199 e ovviamente il rispetto della legalità, serve unirsi per gestire un fenomeno che ormai è venuto alla luce. Per fare in modo che non siano vane le morti dei lavoratori di Amendolara, si può iniziare a fare alcune cose che dice il sindacato: favorire il trasporto pubblico, consentire a queste persone di trovare una collocazione e un alloggio. Tutte cose che non credo siano impossibili. Quindi oltre alla base, quindi appunto la legge e la convivenza civile, finalmente comprendere che il fenomeno è ampio e complesso. Non si può lasciare in mano a pochi”.

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