Elly Schlein non è più convinta che le primarie del centrosinistra siano ancora una buona idea. I motivi sono numerosi, primi tra tutti i consensi molto alti registrati da Giuseppe Conte, che sembra il favorito da mettere alla guida della coalizione. Secondo l’istituto IZI per Domani, il leader del M5S è indicato come possibile premier dal 36,1% degli elettori di area progressista. Tra gli altri temi in discussione ci sono la mancanza di un programma unitario sulla politica estera e il pericolo che il “Campo Largo” possa frantumarsi sotto il peso di un’elezione interna.
Non è passata neanche una settimana dall’annuncio della possibilità delle primarie e le opposizioni fanno già i conti con le stesse problematiche interne che le hanno accompagnate in questi quattro anni di governo. Conte per primo ha ricordato la necessità di individuare un progetto comune da seguire in vista del voto e da sottoporre ai cittadini per dimostrare che un’alternativa è possibile.
Su cosa puntare sembra chiaro: le orde di giovani che si sono recati alle urne per votare “No” al referendum sulla Giustizia hanno dimostrato che le nuove generazioni possono essere la leva del campo progressista. A questi, però, devono essere sottoposti piani concreti, finalizzati ad eliminare i salari poveri, i sovraccosti delle case e il precariato. Il tutto chiarendo la provenienza dei fondi con cui queste riforme saranno applicate.
Dopo la strutturazione di un piano unitario si potrà decidere chi sarà il volto di Palazzo Chigi. Sia Schlein che Conte non vogliono rinunciare alla corsa, convinti che non possa essere scelto un nome che in questi anni non ha guidato la coalizione contro l’Esecutivo Meloni. Entrambi sembrano nomi adatti: Schlein non si porta dietro le colpe di scelte passate al governo, ma paga l’inesperienza nella gestione dei dossier di governo; Conte è più autorevole ed è convinto di avere il peso giusto per guidare la Nazione in tempi complessi come quelli attuali.
Uno scontro tra i due, però, potrebbe essere un’arma a doppio taglio, per cui non si esclude che la scelta sia lasciata agli elettori. Nel caso in cui il governo non dovesse procedere con la riforma della Legge elettorale, il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti alle politiche. Una scelta dettata dalla democrazia, che non rischia di mettere in crisi un’intera coalizione.
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