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sabato 18 Aprile, 2026
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Politici, Camera ph Ansa

Dal 2022 il 92% dei politici indagati non è andato a processo

I principali casi di parlamentari del governo Meloni che hanno goduto dell'immunità, evitando le indagini

Da Laura Laurenzi
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Da Saverio Romano a Daniela Santanchè, passando per Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Renzi, sono numerosi i politici italiani che almeno una volta nella loro carriera sono stati salvati da processi grazie al voto del Parlamento. A ricordarlo è Il Fatto Quotidiano, che ha messo in luce come le accuse della premier nei confronti di una magistratura-casta che tende ad autoassolversi possano essere rivolte anche al suo stesso Esecutivo.

Innanzitutto, risulta fondamentale evidenziare come nell’attuale consiliatura, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) abbia emesso il 49% delle condanne. Dal 2022, ovvero dall’inizio del governo Meloni, 54 parlamentari su 59 non hanno subito processi. Si tratta del 92% del totale.

Il caso più recente è quello di Saverio Romano, eletto nelle fila di Noi Moderati, che era indagato insieme a Totò Cuffaro per gli appalti sulla sanità siciliana. Il centrodestra e Azione hanno negato il sequestro chiesto dai magistrati, evitando il processo al deputato.

A ottobre, invece, un caso piuttosto eclatante ha visto il centrodestra negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Tutti e tre erano finiti nella bufera per la gestione del caso Almasri, il generale libico rilasciato a 48 dall’arresto su mandato della Corte Penale Internazionale (Cpi).

Altro ministro salvato è Gennaro Sangiuliano, a capo del Ministero della Cultura, accusato di peculato per la sparizione della chiave d’oro di Pompei. Nessuna indagine nel suo caso per “il preminente interesse pubblico della funzione di governo”.

Anche il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha beneficiato dell’impunità nell’ambito del caso della Fondazione Open. In questo frangente, fu addirittura deciso che chat e mail non possono più essere considerati documenti sequestrabili, ma solo corrispondenza.

Una certa attenzione deve essere garantita anche alla insindacabilità delle opinioni, a cui i Parlamentari sono soliti appellarsi dopo le accuse di diffamazione. Al Senato è stata utilizzata 15 volte, tranne per Carlo Calenda, che arrivò a processo per aver accostato Clemente Mastella alla mafia, e Vittorio Sgarbi, che arrivò in Aula in un paio di casi.

Alla Camera sono state concesse, invece, 18 insindacabilità su 21. Uno scudo venne usato anche per Giorgia Meloni, accusata da Fabrizio Pignalberi, un politico locale che lei definì “un truffatore”. La stessa ministra del Turismo, Daniela Santanché, ha usufruito di questa clausola quando venne accusata di diffamazione da un ex socio.

Un elenco piuttosto lungo che dimostra quanto spesso si sia soliti osservare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, piuttosto che la trave nel proprio.

Leggi anche: Conte: “Da Meloni talmente tante frottole che ormai fa campagna per il No”

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