martedì 15 Settembre 2026
Fakir

Dal boschetto di Rogoredo al Pilastro: la bufala dei precedenti penali attribuiti ad Abderrahim Fakir

Il casellario giudiziario di Abderrahim Mansouri, il giovane ucciso dall'agente Cinturrino, è stato associato erroneamente al 43enne

Di Maria Vittoria Ciocci
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Abderrahim Fakir è morto durante l’intervento di tre carabinieri, mentre era immobilizzato a terra. Da quel giorno si sono diffuse a macchia d’olio notizie riguardanti i presunti penali del 43enne di origini marocchine. Dai procedimenti per al traffico di droga, passando per il patteggiamento per minaccia, danneggiamento, porto abusivo di armi e resistenza a pubblico ufficiale. Su questo la destra ha montato l’arringa a favore dell’intervento delle forze dell’ordine. Peccato che il casellario giudiziario associato in questi giorni a Fakir, in realtà appartiene ad Abderrahim Mansouri, il 28enne a Milano, nel boschetto di Rogoredo, dall’agente Carmelo Cinturrino.

A chiarirlo è il presidente emerito del Tribunale di sorveglianza di , Maisto, che su Facebook scrive un lungo post dove evidenzia l’errore e denuncia «un’operazione di sciacallaggio digitale scientifica»: «Si copia-incolla il passato giudiziario di un’altra persona pur di deumanizzare la vittima attuale e giustificarne, agli occhi del , il decesso sotto la custodia dello Stato». In particolare, Maisto fa riferimento a due episodi che non sono legati a Fakir, bensì a Mansouri: gli arresti per spaccio di droga nel e nel 2022, con «un periodo di detenzione in carcere, di resistenza a pubblico ufficiale, rapina, ricettazione di telefoni rubati e lesioni personali causate a un agente di polizia».

In realtà, contrariamente a quanto diffuso negli ultimi giorni, Fakir non era pericoloso. Maisto ricorda che era un cittadino «regolarmente residente in Italia da quando aveva 7 anni». Lavorava in una ditta di facchinaggio, della quale era titolare. Nel momento dell’intervento dei carabinieri era soggiogato da «una grave e profonda crisi psicofisica». Non andava, quindi, immobilizzato violentemente a terra, ma tranquillizzato. Mentre era sdraiato sull’asfalto, Fakir non opponeva una resistenza aggressiva, ma chiedeva aiuto. Non respirava.

Anche le parole della legale che assisteva il 43enne, Barbara Spinelli, confermano indirettamente il pensiero di Maisto: «Aveva molta paura di essere rimpatriato in – dopo l’approvazione del Patto UE sui , ndr –. È paradossale, che chi, come Fakir, ha chiuso i problemi con la giustizia 14 anni fa, che ha sempre lavorato, ha pagato le tasse, ha aperto un’attività autonoma, non abbia la possibilità di sentirsi cittadino. Ci deve far ragionare sul nostro meccanismo di accoglienza e integrazione». Fakir aveva il permesso del giudice per rimanere in Italia: «Se non ci fossero stati i requisiti di regolarità, il giudice non avrebbe potuto concedere l’autorizzazione a rimanere».

I precedenti penali di cui ha parlato la stampa quindi – dalla condanna in via definitiva a quattro anni e due mesi per spaccio di stupefacenti, all’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bologna e della Squadra Mobile per traffico di droga tra il 2002 e il 2003, passando per gli arresti domiciliari in seguito alla violazione dell’obbligo di permanenza a Medicina – non appartengono a Fakir, bensì a Mansouri.

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