Altro che confronto serio sulla giustizia. La campagna per il referendum si chiude con un catalogo di gaffe che farebbe sorridere, se in gioco non ci fosse una riforma che cambia gli equilibri costituzionali. Più che un dibattito, uno spettacolo confuso, pieno di urla e slogan da stadio. E il fronte del Sì, che prometteva ordine e chiarezza, ha finito per regalare scene degne di una parodia politica.
La premier Giorgia Meloni ha scelto la strada della paura: se vince il No, ha detto, avremo stupratori liberi e figli strappati alle madri. Un salto logico notevole, che sembra scritto per scuotere pancia e nervi. Poi è arrivato il ministro della Giustizia Carlo Nordio con la frase sul sistema delle correnti del Csm definito “para-mafioso”. Parole pesanti, che hanno acceso un incendio politico e costretto il ministro a correre ai ripari.
Non è finita. La capo di gabinetto del guardasigilli Giusi Bartolozzi ha invitato a votare Sì per “togliere di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione”. Una frase che pesa come un macigno e che non ha visto scuse vere. Solo silenzi e imbarazzo. Nel frattempo, il clima si è fatto tossico. Da una parte si parla di massoni e mafiosi pronti a votare Sì. Dall’altra si accusa chi vota No di difendere privilegi. In mezzo, cittadini confusi e stanchi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una campagna urlata, povera di contenuti e ricca di scivoloni. Chi sostiene il Sì dice di voler cambiare la giustizia. Ma con questi toni, più che riformare il sistema, sembra voler regolare conti politici. E quando la politica perde la misura, la fiducia dei cittadini scivola via.
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