Quello sulla separazione delle carriere dei magistrati non è il primo referendum costituzionale per gli italiani. Nella storia repubblicana ci sono stati già quattro precedenti che hanno lasciato un segno profondo nel dibattito pubblico e negli equilibri politici. Tutti concentrati negli ultimi venticinque anni, tutti legati a riforme della Carta.
A differenza dei referendum abrogativi, quelli confermativi non richiedono una soglia minima di partecipazione. Conta solo il risultato finale. Una regola che ha reso ogni consultazione una prova di forza tra governo e opposizione, spesso con conseguenze pesanti per chi era al potere.
Il caso più recente risale al 2020, quando i cittadini approvarono il taglio dei parlamentari. I seggi passarono da 945 a 600, con quasi il 70 per cento di voti favorevoli. La riforma, sostenuta dal Movimento Cinque Stelle e poi appoggiata anche da altre forze politiche, entrò in vigore con l’inizio della legislatura nel 2022. L’obiettivo dichiarato era ridurre i costi e colpire i privilegi della politica, tema che aveva trovato consenso in larga parte dell’opinione pubblica.
Ancora più dirompente fu il voto del 2016 sulla riforma costituzionale proposta dal governo guidato da Matteo Renzi. Il progetto prevedeva il superamento del bicameralismo paritario e la nascita di un Senato con funzioni diverse. Alle urne si presentò oltre il 65 per cento degli elettori e il “no” vinse con un margine netto. Poche ore dopo lo scrutinio, il presidente del Consiglio annunciò le dimissioni, assumendosi la responsabilità della sconfitta.
Prima di questi due passaggi, altri referendum avevano diviso il Paese. Nel 2001 fu approvata la riforma del Titolo V, che ampliava l’autonomia degli enti locali. Nel 2006, invece, gli elettori respinsero il progetto di devolution promosso dal governo Berlusconi.
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