Alessandro Aresu scrive per Limes, di cui è consigliere scientifico, per riviste tra cui Le Grand Continent, Aspenia, Gnosis, e vari quotidiani. Vanta oltre 15 anni di esperienza come consulente e consigliere di varie istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Economia, l’Agenzia Spaziale Italiana.
Oggi gli abbiamo chiesto di spiegarci il possibile impatto della guerra in Iran e della sua regionalizzazione nel campo dell’Intelligenza Artificiale. I fondi sovrani del Golfo sono infatti tra i principali investitori globali in questo settore, legati da accordi miliardari con aziende quali OpenAI, Nvidia, Cisco, Google Cloud; accordi che prevedono la costruzione di data center, infrastrutture digitali, campus dedicati allo sviluppo di queste tecnologie; investimenti miliardari sia sul proprio territorio che nell’economia statunitense.
Dottor Aresu, questa guerra, che oltre agli attacchi missilistici iraniani ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha avuto o avrà dei riflessi sugli investimenti nell’AI nei paesi del Golfo da parte dei fondi sovrani e delle aziende americane?
Credo di sì, se consideriamo due aspetti: l’ampiezza di questi investimenti, in particolare da parte degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, e l’aumento del rischio rispetto al passato. Collocare i data center nelle monarchie del Golfo è stato considerato relativamente conveniente, per la facilità di costruzione e per la disponibilità di energia, e le monarchie del Golfo hanno investito moltissimo. Per esempio, come ho scritto, la società emiratina MGX è oggi uno dei principali investitori sui data center al mondo.
Non si tratta solo degli Stati Uniti, ma anche della Francia, che è il Paese al mondo che ha attratto più investimenti esteri nei data center. Il principale campus sull’intelligenza artificiale in Europa è stato annunciato nel 2025 dal presidente Emmanuel Macron e dal presidente Mohammed Bin Zayed, il leader degli Emirati Arabi Uniti, e il principale investitore è MGX.
Per capire quanto questa tendenza sarà profonda, dovremo però aspettare, perché dipenderà dalla durata e dall’estensione della guerra.
L’AI è stato uno dei motori dell’economia americana nel 2025. Negli ultimi mesi alcuni analisti hanno però iniziato a parlare del possibile scoppio di una bolla dell’AI, similmente a quanto accaduto con le dot-com a cavallo tra anni ’90 e 2000. Ritiene plausibile questo scenario? E, se la risposta è sì: questa guerra potrebbe influire sugli investimenti dei fondi sovrani nell’economia americana al punto da far scoppiare la bolla?
Tra il 2022 e il 2024 ho scritto il primo libro al mondo sull’intelligenza artificiale che ne ha raccontato la storia attraverso NVIDIA, l’azienda principale del settore, divenuta tra l’altro mentre scrivo l’azienda al mondo a maggiore capitalizzazione, ed è facile notare come già nell’estate 2023 la crescita della valutazione delle aziende aveva portato a una discussione sulla bolla. Questo poi si è ripetuto con la cadenza di qualche mese. Non bisogna quindi prestare attenzione al fatto che ogni tanto un giornalista o un analista finanziario scriva qualche articolo eclatante, perché non ha nessuna importanza.
Alcuni elementi importanti sono invece: la struttura industriale dell’intelligenza artificiale, il funzionamento della sua filiera, e la durata dell’attuale ciclo di investimenti, che si fonda sulla realizzazione di sempre più data center. L’investimento in data center è trainato da grandi aziende tecnologiche statunitensi, come Google, Facebook, Amazon, che hanno un’ampiezza di profitti per investimenti non paragonabile ad altri momenti storici che vengono citati come paragone. Tuttavia, nemmeno loro possono investire all’infinito, quindi a un certo punto – non posso dire esattamente quando, ma non proprio adesso – il ciclo dei data center dovrà conoscere un plateau, cioè dovrà diventare più piatto, e questo comporterà senz’altro una correzione finanziaria.
Questa guerra può avere un impatto anche sull’approvvigionamento di materie prime ed energia necessari alla costruzione, al mantenimento e allo sviluppo di data-center e altre infrastrutture digitali? Per chi in particolare?
Quando ci sono guerre, ci sono ovviamente preoccupazioni per alcune concentrazioni di materiali e componenti chimici, ma spesso la supply chain si riorganizza in tempi brevi, soprattutto quando si tratta dell’industria più importante e sofisticata del mondo, che è l’industria dei semiconduttori alla base di ogni prodotto digitale.
È un punto che ho ricordato anche nel libro “Il dominio del XXI secolo” nel 2022 con l’esempio del neon, su cui c’era una concentrazione di produzione tra Russia e Ucraina che aveva destato ampie preoccupazioni e dichiarazioni di tipo scandalistico (del tipo “il neon sta bloccando il mondo”), e su cui l’industria ha trovato soluzioni di diversificazione senza che ci fossero reali problemi. Nei materiali per i data center ci sono tendenze di lungo termine che dipendono dalla domanda (voler costruire sempre più data center), come l’approvvigionamento di rame: quello è un tema che esiste a prescindere dalle guerre.
Un punto più concreto del contesto attuale può riguardare l’impatto dell’energia sulla capacità produttiva e sui prezzi. Per esempio, la Corea del Sud è un Paese centrale per l’industria dei semiconduttori e per l’intelligenza artificiale, essendo tra l’altro il leader mondiale del mercato delle memorie, con Samsung e SK Hynix. In sintesi, senza i coreani non c’è l’intelligenza artificiale perché servono le capacità delle loro aziende in un elemento essenziale del sistema.
La Corea del Sud è fortemente dipendente da importazioni di energia che passa per lo Stretto di Hormuz; quindi, ha bisogno di approvvigionamenti energetici e inoltre, nel caso in cui aumentino i prezzi, potrebbe scaricare quei prezzi sul consumatore finale, vista la sua posizione pressoché dominante. Così i prezzi dei pc, che sono già aumentati per la complessità del mercato delle memorie, potrebbero aumentare ancora.
Come è messa l’Europa in questa corsa? L’impressione del comune cittadino potrebbe essere che l’Europa sia molto scrupolosa sul fronte normativo, ma sia indietro sul piano degli investimenti, e quindi possa finire per dipendere da altri, in particolare dagli Stati Uniti, anche su questo fronte tecnologico/operativo. È solo una percezione da profani o è un timore fondato?
Ho affrontato la questione nel dettaglio nei miei vari libri, a partire da “Le potenze del capitalismo politico” (2020), “Il dominio del XXI secolo” (2022), “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” (2024), quindi invito a leggerli per acquisire una consapevolezza complessiva di tutti questi temi.
Il posizionamento in un ciclo tecnologico viene dalla capacità di formare talenti e attrarli nel sistema della ricerca e nelle aziende, dalla presenza di grandi aziende tecnologiche, dagli investimenti che si effettuano. Perciò, sulla base di questi fattori noi possiamo misurare come gli europei siano arretrati nei vari cicli della tecnologia, dal personal computer alla commercializzazione di Internet, dai social media agli smartphone, per giungere all’intelligenza artificiale che è l’ultimo di questi cicli.
La conseguenza è che gli europei sono già effettivamente dipendenti dagli Stati Uniti, eccetto per alcune nicchie industriali dentro le filiere chimiche e dei semiconduttori di cui disponiamo. Questa situazione non potrà cambiare fino a quando non ci saranno profondi cambiamenti su tutti e tre i fattori che ho citato: l’attrazione dei talenti, la presenza di nuove grandi imprese, i capitali adeguati.
Questa guerra può avere un impatto più o meno diretto anche sullo sviluppo dell’AI in Cina?
Direi di no. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Cina dipende dall’enorme scala del talento cinese, dal miglioramento delle università e dei centri di ricerca cinesi, dall’integrazione della capacità di ricerca con vari settori industriali, dall’automotive alla robotica, fino alle reti di trasmissione. Mentre il ritardo della Repubblica Popolare in alcuni ambiti fondamentali della filiera dei semiconduttori, rispetto a Stati Uniti, Taiwan, Paesi Bassi e Corea del Sud, non dipende da niente che abbia a che fare con questa guerra.
Ringraziamo il dottor Alessandro Aresu per la disponibilità e per aver condiviso con noi la sua analisi.
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