Il 26 giugno una piccola ma significativa protesta di Gazawi ha rotto il muro di silenzio che circonda l’azione di Israele e Hamas nella Striscia. Nel giorno della Ashura, la festa che nell’Islam ricorda la fine del Diluvio universale, si è alzata una protesta contro la violenza dello Stato ebraico, ma anche contro i furti di Hamas e lo stesso controllo che l’organizzazione terroristica ha in questo territorio. “Vogliamo vivere”, “Fuori Hamas”, “Basta distruzione”, sono le urla che si sono levate dal piccolo manipolo di manifestanti.
I media di regime hanno riferito di poche decine di persone, ma non è chiaro se questo numero corrisponda alla realtà. Ai media palestinesi, Hamas ha vietato di mostrare le immagini di quanto accaduto, per cui le immagini che giungono dalla Striscia in quella giornata sono minime. Indipendentemente dalla grandezza della protesta, a creare interesse è proprio il fatto che i gazawi abbiano scelto di manifestare pubblicamente.
I pericoli della protesta
“Tanti sono rimasti nascosti perché in due anni sono stati giustiziati 60 collaborazionisti di Israele e basta un niente per finire dentro”, ricorda una fonte di Gaza, sottolineando la pericolosità di questo gesto. Come riporta il Corriere della Sera, la protesta è stata organizzata dai profughi all’estero e celebrata sui social come la “Rivoluzione 26 giugno”. Il logo scelto è un pugno che si innalza sulle tende dei rifugiati e le macerie fumanti. Il simbolo della resistenza, ma anche delle difficoltà che ancora oggi vive questa popolazione.
La resistenza dei Gazawi
Il cessate il fuoco ha rallentato il conflitto, ma non lo ha fermato. In più l’emergenza umanitaria non è magicamente scomparsa da questa terra. Così, già lo scorso 18 giugno un gruppo di contestatori si era riunito fuori dall’ospedale di Khan Younis, a Gaza, protestando contro il ministero della Salute di Hamas. La protesta era necessaria a denunciare la corruzione dei funzionari e lo scandalo degli aiuti che non arrivano mai alla popolazione.
Il rifiuto di Hamas
Al centro della protesta, insomma, c’era Hamas, anche se nessuno aveva osato pronunciare il suo nome. “Sono tutti ladri”, hanno urlato alcuni manifestanti, mentre altri ammettevano: “La colpa non è solo di Israele, è del ministero della sanità e dell’Oms“. Grida che dimostrano la sofferenza di un popolo martoriato, che da decenni continua a non avere pace. Se le azioni di Israele continuano a violare il diritto internazionale, la stessa esistenza di Hamas mette in serio pericolo la popolazione della Striscia.
Una consapevolezza che è radicata nel popolo della Striscia di Gaza. Già nel 2025, quando la guerra era in pieno svolgimento, milioni di cittadini si erano radunati contro il regime. “Hamas non ci rappresenta”, si leggeva sui cartelloni affissi in tutta la città. Ma, anche in quel caso, per l’organizzazione terroristica si trattava solamente di “generiche proteste contro la guerra”.
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