La campagna referendaria di Alessandro Di Battista contro i finanziamenti pubblici ai giornali si è conclusa con la raccolta di 370mila firme. Sebbene la soglia minima non sia stata raggiunta, l’iniziativa ha permesso all’ex esponente del M5S di delineare il proprio potenziale perimetro politico in vista di una possibile discesa in campo. L’obiettivo della proposta, ampiamente diffusa sui suoi social, risiedeva proprio in questa misurazione del consenso. Lo stesso fondatore del movimento Schierarsi ha confermato che la sua consultazione è servita a testare l’interesse dell’elettorato nei confronti della sua nuova creatura politica.
Un referendum non votabile
Al di là del risultato numerico, il quesito referendario presentava evidenti limiti di ammissibilità costituzionale. In primo luogo, la Costituzione esclude le leggi di bilancio dall’ambito dei referendum abrogativi. Inoltre, il quesito mirava a cancellare una disposizione del decreto “Milleproroghe” che rinnova i finanziamenti diretti solo fino al 2027. Infine, l’intervento non intaccava i finanziamenti indiretti ai grandi giornali, storicamente più rilevanti delle risorse pubbliche dirette.
Nonostante queste criticità, l’ex M5S ha utilizzato una retorica di impatto per convincere gli elettori della pericolosità di una stampa sottoposta alle richieste della politica. “Per me si tratta di una porcheria. L’unico modo per correggere è piallare. Abolire. Azzerare tutto il sistema”, aveva sostenuto nel corso del Paper Fest a Ferrara. Slogan che si sono rivelati privi di efficacia sul piano pratico.
Le valutazioni politiche di Di Battista
L’iniziativa non ha raggiunto il mezzo milione di adesioni, dimostrando a Di Battista che un tema che genera forte indignazione tra gli elettori, se presentato in modo superficiale, non garantisce automaticamente la mobilitazione di massa. Nonostante una base di 1,8 milioni di utenti sulla sua pagina Facebook ufficiale, la strategia comunicativa di Di Battista non è riuscita a convertire il suo seguito virtuale in firme concrete.
È innegabile che l’attivismo di Schierarsi abbia suscitato l’attenzione e una parziale preoccupazione del campo progressista. In una fase in cui Pd, M5S e Avs sono al lavoro per creare una coalizione solida e duratura, l’iniziativa di Di Battista potrebbe creare qualche difficoltà. Il timore principale è quello di un travaso di consensi dal terreno dei pentastellati a quello di Di Battista. Al momento la possibilità è esclusa dagli stessi esponenti del Movimento. “Non esiste alcuna operazione di scouting nei nostri confronti”, hanno infatti dichiarato.
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