Lo sprint per l’accordo di pace tra Usa e Iran fa infuriare Israele
Ancora una volta Iran e Usa sembravano prossimi a un accordo di pace, che però non ha mai visto la luce. La proposta di Teheran è stata modificata dagli Stati Uniti in maniera sostanziale, ricordando le forti divergenze che caratterizzano i due Paesi e i temi che per primi hanno portato allo scoppio del conflitto. Il futuro dell’uranio arricchito iraniano resta uno dei principali nodi da sciogliere. L’Iran non vuole farlo uscire dal Paese, mentre gli Usa pretendono che non resti sotto il controllo del regime ma che sia trasferito a Washington o a Mosca. Secondo alcuni funzionari Usa, i mediatori sarebbero gli unici a cercare di raggiungere davvero l’intesa, con l’obiettivo di evitare una ripresa della guerra. Donald Trump è sempre più frustrato e convinto di dover dare inizio a nuovi bombardamenti (Corriere della Sera).
Anche la possibile intesa che secondo diverse fonti sarebbe stata raggiunta su nove punti da entrambi i Paesi nasconde delle problematicità. Trump è finito nella sua stessa trappola e si trova di fronte a un bivio, in cui entrambe le scelte porteranno a conseguenze inevitabili. Teheran vuole uscire dalle trattative come un Paese vittorioso, capace di strappare concessioni agli Usa. Il tycoon quindi potrebbe decidere di cedere sul tema del nucleare, per evitare di dover rinunciare al controllo del nevralgico Stretto di Hormuz. Se l’Iran dovesse riuscire a imporre i pedaggi su Hormuz, passerebbe il messaggio che una potenza regionale, sotto pressione militare, può trasformare un territorio nevralgico in una “dogana geopolitica” (La Stampa).
L’Europa riflette sulle sanzioni contro Ben Gvir ma non contro Netanyahu
L’Unione europea ha accettato la proposta del nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di valutare eventuali sanzioni nei confronti del ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, a seguito delle violenze perpetrate a danno degli attivisti della Global Sumud Flotilla, sbarcati ad Ashdod a seguito di un abbordaggio delle Idf in acque internazionali. Nel prossimo Consiglio Affari Esteri del 15 giugno sarà discussa la questione per comprendere se sul tema esista una maggioranza tra i Paesi membri. Una proposta che arriva a dieci giorni dal voto Ue sulle sanzioni contro i coloni estremisti israeliani, responsabili di violenze in Cisgiordania. Una decisione criticata da Israele, ma su cui l’Ue valuta una ulteriore stretta: diversi Paesi sarebbero favorevoli a vietare le importazioni di beni provenienti dagli insediamenti illegali (La Repubblica).
Eppure, già in passato erano state prese in considerazioni misure simili. Lo scorso 11 maggio, le sanzioni votate dall’Ue avrebbero dovuto riguardare anche il ministro Ben Gvir e il premier Benjamin Netanyahu. I Paesi più morbidi nei confronti della condotta di Israele si sono opposti, chiarendo che le sanzioni non dovevano riguardare i membri del governo. Tra queste c’erano anche Italia e Germania, secondo cui sarebbe necessario continuare ad avere rapporti con Israele per influenzarne la politica. Sembra dunque complesso che a metà giugno possa essere raggiunta l’unanimità sulla proposta (Il Manifesto).
L’opposizione si schiera compatta contro la legge elettorale
L’opposizione ha espresso chiaramente la sua contrarietà alla legge elettorale, negando un possibile confronto con la maggioranza su un testo che è inconcepibile nel suo stesso impianto, qualunque siano le modifiche in sede parlamentare. Il centrodestra aveva ipotizzato l’innalzamento al 42% della soglia oltre la quale si può ottenere il premio di maggioranza, l’abbassamento del numero di seggi massimi che si possono ottenere alla Camera e l’eliminazione del ballottaggio. Tutte proposte che per il centrosinistra sono inutili se il testo è stato approvato senza neanche chiedere il parere preventivo del campo progressista. M5S, Pd, Avs e +Europa si rifiutano di sedere al tavolo delle trattative, chiarendo che l’indicazione pre elettorale del candidato premier è solo il primo passo dell’eventuale riforma del Premierato. Il governo però tira dritto e i ministri Calderoli e Casellati confermano che la riforma della legge elettorale “si farà” (Il Tempo).
Il modello voluto da Giorgia Meloni, il cosiddetto Stabilicum, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Eliminando i collegi uninominali, andrebbe a togliere una competizione in cui di solito la destra è più coesa. Rinunciandovi, il centrodestra andrebbe a eliminare uno dei suoi pochi vantaggi, convinto di riuscire comunque a raggiungere il 40% delle preferenze, ovvero la soglia oltre cui scatterebbe il premio di maggioranza. In più la stessa pre-indicazione del candidato premier potrebbe favorire il centrosinistra, che notoriamente fatica di più a votare un nome che non proviene dalle fila del proprio partito. Una consultazione a priori sul candidato da presentare potrebbe convincere gli elettori a convergere su questa figura (Il Foglio).
La flessibilità chiesta dall’Italia sul Patto di stabilità Ue
L’Unione europea continua a riflettere sulle possibili proposte per evitare che la crisi iraniana pesi gravemente sulle spalle dei cittadini dei Paesi membri. Si riflette anche sulla richiesta italiana di intervenire sul Patto di Stabilità per renderlo meno rigido, anche se diverse cancellerie europee guardano con un certo scetticismo a questa proposta. Giorgia Meloni ha chiarito che questa misura non comporterà necessariamente un aumento del debito pubblico, ribadendo comunque che le circostanze attuali rendono “legittima l’estensione della flessibilità”. Secondo l’Ue, però, ogni misura dovrà essere mirata e temporanea, senza che si dimentichino i punti fermi del progresso europeo, messo in pausa dalla crisi. L’Italia vorrebbe le stesse aperture destinate alla difesa anche in altri ambiti, in quanto “la sicurezza economica è anche una sicurezza nazionale”. Una richiesta che dovrà comunque fare i conti con la burocrazia e le tempistiche europee (Il Messaggero).
L’Italia punterebbe a una deroga per le spese militari a quelle per l’energia fino al 2028, vincolandole a investimenti strutturali. Inoltre, verrebbero usati i residui del Pnrr e verrebbe corretto il perimetro dei fondi di coesione. Il nodo sono proprio le garanzie italiane di eccedere e di rientrare nello scostamento entro un anno. Una promessa che sembra poco credibile viste le stime al ribasso pubblicate due giorni fa proprio dall’Ue (La Repubblica).
La deroga sul taglio delle accise per i carburanti
Nel Consiglio dei ministri del 22 maggio, durato poco più di 30 minuti, il governo Meloni ha approvato la deroga del mini taglio delle accise sui carburanti. Stavolta lo stop durerà due settimane, ma diesel e benzina continueranno a oscillare intorno ai 2 euro al litro. In questo modo, il settore degli autotrasporti ha ancora una volta sospeso lo sciopero, evitando di creare un blocco del Paese. Dal prossimo 9 giugno, il governo avrà a disposizione i maggiori incassi Iva realizzati a maggio proprio grazie al caro carburanti. Misure tampone che a lungo termine potrebbero porre il governo di fronte alla dura realtà della mancanza di fondi e risorse (Il Fatto Quotidiano).
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