La narrazione politica di Israele si scontra con una contraddizione brutale, incarnata da una singola figura: Limor Son-Har Melech. La vicepresidente della Knesset, autrice della legge approvata dal parlamento israeliano sulla pena di morte per i palestinesi della Cisgiordania condannati per terrorismo, ha difeso il colono Amiram Ben-Uliel, il terrorista israeliano responsabile di uno degli attacchi più feroci degli ultimi anni. Come scrive la giornalista Rula Jebreal su X, nel 2015 l’uomo diede fuoco a una casa nel villaggio di Duma. Dentro dormiva una famiglia palestinese: morirono un neonato e i suoi genitori. Durante l’assalto, alcuni complici cantavano slogan contro gli arabi.
Nonostante la gravità del fatto, Son-Har Melec ha definito Ben-Uliel un “uomo santo” e ha aggiunto che i cittadini israeliani non compiono atti di terrorismo. Il messaggio è chiaro: per i palestinesi la giustizia può arrivare al massimo con l’impiccagione, per gli israeliani che uccidono civili non ci deve essere una pena. Una legge e un’affermazione che ribadiscono un doppio standard ormai istituzionalizzato, mentre il mondo osserva.
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