A Roma, durante la presentazione del libro di Marco Travaglio, il magistrato Nino Di Matteo rilancia la tesi di Nicola Gratteri: al referendum voteranno sì anche “i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi.” La campagna per il sì delegittima la magistratura agli occhi dell’opinione pubblica, e la criminalità organizzata ha interesse a una magistratura indebolita.
Le reazioni del centrodestra
Forza Italia risponde duramente alle parole del giudice Di Matteo. La sottosegretaria Siracusano parla di parole “indegne e inaccettabili.” Giorgio Mulè, responsabile della campagna per il sì, le definisce “il delirio di un invasato.” Tajani prova a smorzare: “I nostri avversari vogliono trasformare questo referendum in una rissa, non caschiamo nella trappola.” Maurizio Gasparri accusa Di Matteo e Gratteri di aver ignorato il richiamo del Quirinale alla moderazione e chiede al Presidente della Repubblica di intervenire contro quelle che definisce menzogne che inquinano il dibattito.
Conte “Riforma che crea impunità”
Il leader del Movimento attacca la riforma su un piano diverso. La separazione delle carriere, insieme alle nuove norme sui reati d’ufficio, mirerebbe secondo l’ex premier a ridurre il controllo di legalità sulla politica, creando spazi di impunità per la classe dirigente. Una magistratura gerarchicamente dipendente dall’esecutivo, sostiene Conte, non garantisce imparzialità ma la elimina.
Il caso Gelli
A margine del dibattito emerge un’intervista di Maurizio Gelli, figlio del fondatore della P2 Licio, rilasciata al Fatto Quotidiano. Gelli sostiene che la separazione delle carriere realizzerebbe le idee di suo padre. Pd, M5S e AVS la usano come argomento contro la riforma. FdI fa notare che il piano di rinascita della P2 prevedeva anche la riduzione del numero dei parlamentari, misura approvata con il voto determinante del M5S.

Seduta comune parlamento ph: ANSA
Il problema delle generalizzazioni
C’è una questione che il dibattito di questi giorni pone che non riguarda il merito della riforma. Quando una figura istituzionale, con un ruolo pubblico riconosciuto come un magistrato, sostiene che tra i votanti del sì ci saranno mafiosi e massoni, non sta facendo un’analisi. Sta usando la propria autorevolezza per screditare in blocco chi la pensa diversamente. È una generalizzazione che, da un cittadino qualunque, passerebbe inosservata. Da un giudice della Repubblica è un problema serio. Si confonde il piano istituzionale e alimenta esattamente quella delegittimazione reciproca che dice di voler combattere.
Oltre il conflitto politico
La separazione delle carriere è nel dibattito italiano da trent’anni ed è adottata in molti ordinamenti europei. La riforma tocca dei punti critici reali: i rischi per l’indipendenza della magistratura requirente, la governance del CSM. Sicuramente passare dal referendum anziché affrontare i temi in Parlamento è una scelta discutibile. Sostenere però che la norma serva a proteggere la politica dalle indagini è un salto logico immotivato oltre che fuorviante. Così come lo è evocare mafiosi e massoni tra i votanti del sì. Simili argomenti tolgono credibilità a chi li usa, a maggior ragione se è un magistrato..
A cura di Alessandro Marotta
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