Da un lato la drammatica realtà di un Paese spezzato in due: i supermercati del Mezzogiorno ancora vuoti, i distributori a secco, l’ortofrutta marcita nei piazzali e i cittadini in fila per un pieno a causa della rivolta contro il caro gasolio. Dall’altro la consueta ed edulcorata propaganda di regime: Matteo Salvini, titolare del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che proprio nelle ore più drammatiche dell’emergenza si dedica a confezionare un video sui social insieme all’eurodeputata Silvia Sardone per “pubblicizzare” la pulizia dei muri di una scuola milanese imbrattata.
Un contrasto stridente, quasi grottesco, che racconta meglio di mille analisi il momento di totale scollamento tra il ministero di Porta Pia e la vita vera delle imprese.
Mette le pezze e scappa a Milano: la fuga dai tavoli e le responsabilità sui fondi bloccati
Mentre gli autotrasportatori in Campania e Calabria decidevano di riaprire i varchi solo sotto la minaccia della precettazione del governo Meloni, dell’intervento del Garante e del pugno duro della DDA, Salvini incassava l’ennesima bocciatura sul campo. Per spegnere l’incendio, l’esecutivo ha dovuto stanziare ad hoc un contentino da poco più di 100 milioni di euro — una pezza bagnata del tutto insufficiente a risolvere un problema strutturale —, affidandosi poi alla benevolenza di Bruxelles per ottenere maggior margine di deficit e al “price cap” concordato in extremis con l’Eni di Claudio Descalzi.
Ma i nodi del disastro portano tutti la firma del segretario leghista. Le categorie dell’autotrasporto denunciavano l’insostenibilità del prezzo del gasolio al suo ministero fin dallo scorso maggio, protestando per i tagli alle accise concessi a tutti fuorché a chi sui tir ci lavora quotidianamente. Ben 480 milioni di euro di crediti d’imposta sono rimasti congelati da mesi nei cassetti del ministero per palesi incapacità burocratiche nostrane, mentre Salvini continuava comodamente a scaricare la colpa su Bruxelles. Messo di fronte allo stallo delle trattative e al rischio del blocco totale, il vicepremier ha preferito defilarsi, scaricando la patata bollente nelle mani del suo viceministro Edoardo Rixi per rifugiarsi nel capoluogo lombardo.
Il congresso della Lega sulle macerie: dalla rivolta del Nord al no dei meridionalisti
È in questo clima pesante che si apre all’Allianz MiCo di Milano il congresso della Lega, convocato all’insegna dello slogan “di lotta e di governo” che suona quasi come un’intenzione di ricatto nei confronti dell’alleata Giorgia Meloni in vista della manovra di Bilancio. Salvini si appresta a farsi riconfermare alla guida del partito, ma la sua incoronazione arriva nel punto più basso della sua parabola politica.
A minare il suo potere non c’è solo la fronda mai domata dei colonnelli nordisti — capeggiati dal governatore lombardo Attilio Fontana — che hanno schierato contro il Capitano la candidatura alternativa del senatore giorgettiano Massimo Garavaglia. Il vero schiaffo a Salvini arriva dai piazzali del Sud: il popolo degli autotrasportatori e degli agricoltori, uno zoccolo duro di elettorato storicamente vicino alla destra e all’attivismo produttivo, ha bocciato senza appello la gestione della Lega.
Dopo i disastri estivi sui treni bloccati, i caos negli aeroporti e le promesse faraoniche quanto irrealizzabili sul Ponte sullo Stretto, il flop della gestione dei trasporti su gomma smaschera l’inconsistenza del ministro: i proclami social non bastano più a riempire i serbatoi né a riempire gli scaffali dei supermercati.





