“L’attuale ordinamento giudiziario è quello voluto dal fascismo, cioè con un processo dove l’imputato è considerato colpevole e dove c’è l’unione delle carriere”. Sono queste le parole pronunciate dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a Cinque Minuti, nel salotto di Bruno Vespa.
Poche parole che ancora una volta dimostrano come il dibattito sulla Referendum della Giustizia si sia del tutto allontanato dalle logiche di merito, per spostarsi su un piano più populista e finalizzato solamente a convincere i cittadini a votare sulla base del loro orientamento politico.
Stavolta, però, nel discorso del vicepremier sono presenti delle inesattezze storiche e costituzionali che necessitano di vere e proprie correzione. Innanzitutto, sostenere che l’unificazione delle carriere dei magistrati sia un’eredità del fascismo è scorretto, in quanto nel 1941 il governo fascista, quando approvò la nuova legge sull’ordinamento giudiziario, si limitò a conservare la disciplina dell’Italia post-unitaria sul tema.
Il fascismo non inventò nulla, come dimostra il fatto che gli articolo 4 e 69 del Regio decreto n.12 del 1941 rispecchiano gli articoli 6 e 129 del Regio decreto n.2626 del 1865. L’unica certezza è che sotto il fascismo la magistratura non era indipendente, così come non lo era in precedenza.
Il secondo punto da chiarire riguarda una vera e propria smentita della Costituzione italiana. Quando Tajani sostiene che in Italia “l’imputato è considerato colpevole“, va contro quanto contenuto nell’articolo 27 della Carta, che recita: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva“.
Il riferimento di Tajani riguarda il clima di tensione che si genera intorno a indagini di alto interesse pubblico, in cui spesso sembra che questo principio sia dimenticato. Un’ingerenza che, però, non può essere assimilata al sistema della Giustizia italiano, che rispetta in ogni sua parte la Costituzione del Paese.
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