Il boato, poi la terra che trema. Sono passati 17 anni da quegli interminabili 23 secondi che hanno cambiato per sempre il corso della storia dell’Aquila e dell’Abruzzo. Un terremoto di magnitudo 6.3 sulla scala Richter ha ricordato all’Italia le sue mancanze in tema di sicurezza antisismica, provocando la morte di 306 persone e il ferimento di altre 1500. Un bilancio devastante, che si aggiunge ai 10 miliardi di euro di danni provocati dalla potenza del sisma. Alle 3:37 del mattino, uno dopo l’altro si sono frantumati interi edifici. L’orizzonte del 22% del territorio abruzzese è cambiato radicalmente, sostituendo interi centri abitati con cumuli di cemento e detriti. Solo con le prime luci dell’alba è stato possibile quantificare i danni.
A L’Aquila i detriti e la polvere avevano preso il posto di interi quartieri. Poco fuori città, la frazione di Onna era stata totalmente distrutta. Nulla era riuscito a resistere alla potenza del terremoto e 40 cittadini erano deceduti tra le macerie. Nel capoluogo, la Casa dello Studente è divenuta uno dei simboli del dolore del sisma. Otto studenti sono stati estratti senza vita dall’edificio, ridotto a un cumulo di cemento. Vite giovanissime, spezzate da un evento imprevedibile.
I soccorsi dopo il terremoto
Nel giro di poche ore, le zone colpite si sono riempite di soccorritori, le cui operazioni sono state rese ancora più complesse dal susseguirsi delle scosse di assestamento. La paura non ha fermato chi, per interi giorni, ha continuato a scavare, a cercare sopravvissuti e purtroppo corpi senza vita. Il tutto mentre sempre più cittadini comprendevano che la loro quotidianità non sarebbe stata mai più la stessa. Gli stessi sopravvissuti hanno scavato a mani nude alla ricerca dei dispersi, spesso i loro stessi famigliari.
Migliaia di persone hanno cercato rifugio nelle piazze e nei parchi, lontano dagli edifici, stringendosi a quei pochi averi salvati dalle abitazioni ormai non più agibili. Il terremoto ha provocato circa 70mila sfollati. Non tutti sono più riusciti a fare ritorno alle loro abitazioni, né ai loro paesi di origine. Una tragedia nella tragedia, che ha lasciato segnata un’intera generazione. Ancora oggi nel centro storico le gru simbolo della ricostruzione si stagliano all’orizzonte. Il simbolo di come, in soli 23 secondi, il corso della propria esistenza possa essere cambiato radicalmente.
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