La successione di Donald Trump alla Casa Bianca è già diventata una partita politica, anche se il presidente prova a congelarla. Dopo le indiscrezioni secondo cui avrebbe indicato JD Vance come futuro candidato repubblicano alle presidenziali del 2028, il tycoon è intervenuto per smentire: «È decisamente troppo presto per esprimere un sostegno ufficiale». E ha aggiunto che è «troppo presto anche solo per pensarci». La frenata non spegne però le voci sul futuro del movimento conservatore americano. Anzi, riapre il confronto sulle due anime del trumpismo e sulla possibilità che la corsa alla successione possa provocare nuove fratture.
Il caso della frase nello Studio Ovale
Secondo il Washington Post, durante un incontro con alcuni finanziatori repubblicani nello Studio Ovale, Trump avrebbe detto: «Alla fine della fiera, dobbiamo eleggere JD». Un riferimento a JD Vance, il suo vicepresidente. La notizia sarebbe stata poi rilanciata anche da Fox News, ma Trump ha negato che quelle parole rappresentino un endorsement ufficiale. Il presidente ha spiegato di considerare Vance un ottimo esponente del partito, ma senza aver ancora deciso la linea per il 2028. Il quotidiano americano ha però sottolineato come diversi consiglieri e alleati della cerchia trumpiana abbiano osservato che il presidente «dice cose diverse a persone diverse».
Il sogno del terzo mandato
Dietro la cautela di Trump ci sarebbe anche un motivo politico: il tycoon non avrebbe ancora rinunciato all’idea di restare protagonista della scena nazionale. Alcuni suoi sostenitori hanno persino ipotizzato una candidatura per un terzo mandato, possibilità vietata dalla Costituzione americana. Un’ipotesi che rende ancora più delicato il tema della successione: indicare troppo presto un erede significherebbe riconoscere una fase politica successiva alla sua leadership.
La sfida tra Vance e Rubio
Nel frattempo il confronto interno al Partito repubblicano resta aperto. Vance rappresenta l’ala più vicina all’isolazionismo e alla linea “America First”, contraria a nuovi grandi interventi militari all’estero. Dall’altra parte Marco Rubio, segretario di Stato, incarna una visione più tradizionale della politica estera americana, più dura verso gli avversari degli Stati Uniti e più vicina alla difesa degli alleati internazionali. Due figure che rappresentano due strade diverse per il futuro del movimento.
I ribelli Maga preparano la contromossa
A rendere ancora più incerto lo scenario è la protesta di una parte del movimento Maga, delusa da alcune scelte della Casa Bianca. Alcuni esponenti storici dell’area “America First” accusano Trump di essersi allontanato dalle promesse originarie. Tra loro ci sono Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Thomas Massie, che starebbero valutando la nascita di un nuovo soggetto politico. Un’operazione che difficilmente potrebbe puntare alla vittoria, ma che potrebbe togliere voti decisivi ai repubblicani nel 2028, replicando quanto accadde nel 2000 con Ralph Nader, il cui 2,74% contribuì secondo molti analisti alla sconfitta di Al Gore contro George W. Bush.
Il dopo Trump è già cominciato
Per ora nessun candidato è ufficialmente in campo e Trump continua a mantenere il controllo della scena. Ma il dibattito sulla successione è ormai aperto. La domanda che attraversa il Partito repubblicano è una sola: il movimento Maga resterà unito dopo Trump oppure nascerà una nuova destra americana pronta a sfidarne l’eredità?
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