Oggi la Camera si prepara al voto che chiude una delle partite più tese delle ultime settimane. Il decreto sicurezza arriva al traguardo dopo giorni di scontro duro e notti passate tra interventi a raffica e accuse incrociate. La maggioranza punta a incassare il sì finale, mentre le opposizioni parlano di una forzatura e di una legge che rischia di finire davanti ai giudici costituzionali.
Il passaggio decisivo si accompagna a un altro movimento del governo. Nello stesso momento in cui l’aula approverà il decreto, il Consiglio dei ministri varerà un nuovo testo con alcune modifiche chieste dal Quirinale. Una scelta che mostra la fretta di chiudere il dossier, ma anche la necessità di mettere al riparo la norma da possibili rilievi.
Le correzioni riguardano il capitolo dei rimpatri volontari. Nella nuova versione sparisce la frase che legava il pagamento al buon esito della partenza dello straniero. Il compenso di 615 euro verrà riconosciuto anche se il rimpatrio non si conclude. Al migrante che accetta di tornare nel proprio Paese restano i 2.600 euro previsti all’arrivo.
Cambia pure il ruolo dei cosiddetti rappresentanti legali. Non saranno più indicati solo gli avvocati. Il testo parla di tutor che seguiranno la pratica: mediatori culturali, associazioni e organizzazioni del terzo settore. Un decreto successivo definirà la lista dei soggetti coinvolti. Da Palazzo Chigi assicurano che le risorse sono già disponibili e che la norma serve ad aiutare chi sceglie il rientro volontario.
Le opposizioni restano sulle barricate. La segretaria del Pd Elly Schlein parla di «arroganza del potere di far votare una norma incostituzionale per modificarla due minuti dopo». Per Angelo Bonelli dire che il caso è chiuso «è una pressione sul capo dello Stato». Ancora più duro il Movimento 5 Stelle, che accusa l’esecutivo di produrre «obbrobri giuridici» e di provare a coprire i problemi con «bugie». Riccardo Magi ironizza sui tempi delle votazioni e sostiene che, di questo passo, il Parlamento rischia di diventare uno «Schiaccia-mento». Sul fondo resta l’ombra della Corte costituzionale. Il presidente della Consulta ha ricordato che la legge potrà essere esaminata dai giudici se qualcuno presenterà ricorso. Un avvertimento che pesa, mentre il Parlamento si prepara all’ultimo voto. Oggi il decreto diventa legge. Ma la battaglia politica, con ogni probabilità, è solo all’inizio.
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