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giovedì 23 Aprile, 2026
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Giorgia Meloni. ANSA_Riccardo Antimiani

Il pasticcio del decreto sicurezza: prima l’approvazione, poi il correttivo

Il Parlamento approverà con la fiducia una norma bocciata dal Colle, mentre il governo prepara già un nuovo testo per correggere l’errore

Da Alessio Matta
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Prima si vota una legge che non sta in piedi, poi si promette di sistemarla. È questa la strada scelta dal governo sul decreto Sicurezza, un percorso tortuoso che rischia di lasciare un segno nei manuali di diritto. Non tanto per il contenuto della norma, quanto per il metodo: approvare oggi ciò che si sa già di dover cambiare domani.

Il nodo è l’articolo sugli incentivi a chi segue le pratiche di rimpatrio degli stranieri. Il Quirinale ha sollevato dubbi pesanti, fino a considerare quella norma incompatibile con la Costituzione. La risposta dell’esecutivo non è stata ritirarla, ma annunciare un nuovo decreto che la modificherà. In altre parole: il Parlamento voterà un testo con una norma incostituzionale sulla promessa che verrà corretta subito dopo.

Una soluzione che appare contorta e che ha acceso lo scontro politico. Le opposizioni parlano senza mezzi termini di un corto circuito tra governo e Colle. «Una fibrillazione istituzionale senza precedenti, con uno scontro aperto tra governo e Quirinale su una norma che lo stesso governo arriva a definire incostituzionale. Siamo davanti a un pasticcio istituzionale enorme», ha detto la segretaria Pd Elly Schlein. Sulla stessa linea il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che ha parlato di un sistema inceppato: «Hanno creato un cortocircuito istituzionale». Ancora più duro Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra: «Il governo si comporta come se fosse al di sopra della legge».

In aula la tensione è salita fino all’occupazione simbolica dei banchi da parte delle opposizioni, un gesto breve ma dal forte valore politico. Il passaggio decisivo resta il voto di fiducia: una scelta che riduce il confronto e accelera l’approvazione del provvedimento, con il via libera atteso entro pochi giorni. Nel frattempo il governo prepara già la toppa. Il nuovo decreto allargherà la platea dei beneficiari del contributo, cancellerà il riferimento al Consiglio nazionale forense e garantirà il compenso anche se il rimpatrio non va a buon fine. Una riscrittura che cambia il senso della norma e che conferma, di fatto, che il testo iniziale non reggeva.

Resta però il paradosso politico e istituzionale. Mai era accaduto che un esecutivo difendesse una norma mentre ne prepara la correzione prima ancora che entri in vigore. Un passaggio che mette il Parlamento in una posizione scomoda: votare un errore con la fiducia e poi tornare sui propri passi.

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