A quattro settimane dall’attacco israelo-americano, il conflitto in Iran assume contorni sempre più contradditori. Da un lato continua ad allargarsi, coinvolgendo in maniera sempre più diretta i Paesi del Golfo e minacciando l’economia globale, tanto che Washington starebbe valutando l’invio fino a 10.000 militari aggiuntivi nella regione. Dall’altro si moltiplicano i segnali contrari, di un prossimo disimpegno americano, che certamente non farebbe felice Israele.
Negoziati in corso
Mentre proseguono o si intensificano i bombardamenti sugli obiettivi militari, Donald Trump ha infatti rinviato di altri dieci giorni, fino al 6 aprile, gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. La pausa è dovuta ai negoziati in corso, che Trump ha definito “produttivi” nonostante la Repubblica islamica abbia respinto, almeno pubblicamente, la proposta americana e abbia fatto una controproposta che a propria volta gli Stati Uniti non possono accettare.
Gli ultimi raid
L’esercito israeliano ha intanto intensificato gli attacchi contro i siti che ritiene coinvolti nella produzione di missili e mine navali e contro le piattaforme di lancio nell’ovest del Paese. Con lo spettro del cessate il fuoco e la consapevolezza di non poter ottenere il cambio di regime di cui si parlava un mese addietro, l’obiettivo israeliano è ora quello di ridurre fortemente la capacità balistica di Teheran. Altri raid israeliani si sono concentrati nel sud del Libano, in particolare ad Haneen, Kafra e Haris.
L’Iran non è rimasto con le mani in mano: anche stanotte ha lanciato nuove ondate di missili verso Tel Aviv, ma anche verso il sud (Dimona e Be’er Sheva) e il nord del paese, colpito anche dai lanci di razzi di Hezbollah. Nel Golfo, i droni iraniani hanno colpito il porto di Shuwaikh in Kuwait, mentre altri sono stato intercettati dai sistemi di difesa aerea kuwaitiani, sauditi ed emiratini.
Lo sforzo diplomatico
Su richiesta della Federazione russa, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà oggi in una consultazione a porte chiuse il cui scopo è incentivare l’attività di mediazione tra Stati Uniti e Iran.
Oltre al tragico dato umanitario, con migliaia di morti perlopiù civili, la priorità è quella di consentire la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, la cui chiusura sta strangolando l’economia globale. A questo scopo, gli Emirati Arabi Uniti starebbero spingendo per la creazione di una forza marittima internazionale che garantisca la sicurezza del traffico energetico presente e futuro.
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