Sul caso della grazia concessa a Nicole Minetti, Giorgia Meloni ha preso le difese del governo e scaricato tutta la colpa sulla magistratura. Le sue parole, però, stridono con quelle del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nella nota inviata a via Arenula per chiedere un approfondimento delle indagini aveva di fatto imputato a Nordio e ai dirigenti del ministero la responsabilità del pasticcio.
Meloni: “Il governo è sempre un capro espiatorio”
“Sicuramente se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto”, ha ammesso Meloni, che però è immediatamente passata all’attacco: “Però, insisto, questo lavoro qui non lo fa il ministero. Il ministero non ha gli strumenti per operare indagini. Non è che noi abbiamo la polizia giudiziaria e facciamo le indagini. Il ministero si avvale della magistratura per fare le indagini, e la magistratura si avvale della polizia giudiziaria. Quindi è ovvio che il ministero difficilmente sapere qualcosa che non sapeva la procura generale. Poi”, conclude, “possiamo sempre dire che in Italia c’è sempre un capro espiatorio che è il governo italiano, però c’è chi ha dei poteri per fare delle cose e chi non ha dei poteri per fare delle cose”.
La Pg Nanni: “Non siamo stati perspicaci”
In questa brutta storia, va detto, chi si è occupato delle indagini ha delle evidenti responsabilità. Le ha la procuratrice generale Francesca Nanni, che dopo aver dato parere favorevole alla grazia, ha concesso che “Forse non siamo stati perspicaci ma voglio verificarlo prima come cittadina e poi come magistrato”. Le ha il sostituto procuratore generale Gaetano Brusa, che ha materialmente condotto le indagini e che ha attribuito la superficialità del proprio lavoro alla tassatività delle richieste ministeriali: “Il ministero, come da prassi, ci ha fornito uno specchietto con tutti gli accertamenti che vanno svolti. Questa volta”, ha aggiunto, “non abbiamo nessuno schema, abbiamo accertamenti liberi”. La risonanza internazionale del caso ha spinto la procura a coinvolgere l’Interpol e ad avviare accertamenti urgenti sulle circostanze e tutti i documenti relativi al caso.
Le responsabilità di Mattarella
Presentando il ministro Nordio per un sonnacchioso passacarte, Meloni ha voluto attaccare la magistratura, ma ha finito per coinvolgere anche Mattarella, arruolandolo implicitamente, e forse neanche volutamente, tra coloro che vogliono fare del governo il capro espiatorio. Nella nota di lunedì sera, infatti, il Quirinale aveva attribuito al ministero, e non ai magistrati, la responsabilità del pasticcio.
In questo grottesco scaricabarile, va detto chiaro e tondo, Mattarella non può in alcun modo essere considerato esente da colpe. La concessione della grazia non è infatti un mero atto notarile: Mattarella avrebbe dovuto valutare l’opportunità dell’atto, non soltanto basandosi sulla solidità giuridica e la fedeltà ai fatti dell’istruttoria, ma su un più alto senso di giustizia che il Presidente della Repubblica non ha invece minimamente tenuto in considerazione.
Minetti e il privilegio di classe
Ad oggi nelle carceri italiane ci sono circa 2800 donne, il 60% delle quali sono madri. Neanche trenta detenute hanno il figlio con sé in cella, e grazie al fervore securitario, di questo governo ma anche di quelli precedenti, non riescono ad accedere alle misure alternative alla detenzione. Tante altre madri non riescono a vedere i propri figli, o li incontrano dal vivo o in videochiamata per pochi minuti alla settimana. I figli delle detenute in condizione di marginalità vengono spesso affidati ad altre famiglie, perché le detenute non sono considerate “buone madri”, nonostante i loro reati siano quelli tipici della cosiddetta detenzione sociale: furtarelli, borseggio, e altri reati con pene brevi ma alta recidiva.
Se Nicole Minetti ha ricevuto la grazia superando il vaglio della magistratura, del ministero della Giustizia e della Presidenza della Repubblica, quindi, la ragione non va cercata soltanto in documenti artefatti e buoni avvocati: la grazia a Nicole Minetti è una questione di privilegio di classe. E Mattarella, prima di firmare la grazia per una persona che neppure era in carcere, avrebbe dovuto tenere conto anche di questo.
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