L’ascesa di Roberto Vannacci ha messo in agitazione i partiti di governo. Futuro Nazionale ha eroso il consenso della maggioranza, pescando soprattutto nell’elettorato di Lega e Fratelli d’Italia, ma trovando anche un bacino di voti che le forze di centrodestra non riescono a intercettare. Per il generale si porrà presto il problema di capire “cosa vuole fare da grande”: se correre da solo oppure cercare una difficile intesa con Meloni e soci. Di questo, ma anche di legge elettorale e del potenziale del soggetto politico di Alessandro Di Battista, abbiamo parlato con Giovanni Diamanti, analista e stratega della comunicazione politica e socio cofondatore di YouTrend.
Partiamo dal titolo del suo pezzo di qualche giorno addietro per Repubblica: perché l’alleanza tra centrodestra e Futuro nazionale può valere meno di quanto dicono i sondaggi?
«Anzitutto perché in politica succede spesso che un’alleanza dia meno o molto meno della somma delle sue parti. Questo perché elettorati diversi non sono sommabili, soprattutto in un mondo in cui il voto di appartenenza è stato soppiantato da quella d’opinione.
Vediamo anche che gli elettori di Futuro Nazionale hanno grandi differenze rispetto a quelli classici del centrodestra. Anzitutto sono elettori molto critici nei confronti del governo Meloni. Un elettore su due di Futuro Nazionale boccia il governo Meloni.
Non solo. Se guardiamo gli orientamenti per quello che riguarda la politica estera, l’elettorato di centrodestra è più compatibile con l’elettorato del centrosinistra: è un elettorato atlantista che non ama Donald Trump. L’elettorato di Futuro Nazionale è molto diverso, è un elettorato molto meno filoatlantista e che anzi chiederebbe posizioni più autonome e indipendenti.»
Quando dice che Vannacci avrebbe «più potenziale di espansione fuori» dalla coalizione, a quali elettori pensa soprattutto?
«All’interno della coalizione è evidente che Vannacci pescherebbe tra elettori di destra e di centrodestra. Se rimanesse fuori dalla coalizione, ci sono altri elettorati che Futuro Nazionale potrebbe intercettare. In primis io penso a un elettorato anti-ideologico, anti-sistema, che può essere interessato a una proposta di questo genere. È difficile che quel tipo di elettorato sostenga invece un’alleanza con il governo Meloni.»
Secondo lei, di qui alle prossime elezioni, qual è la percentuale massima alla quale può ambire un partito di destra radicale come Futuro Nazionale?
«Più si esplicita come destra radicale meno ha bacino potenziale. Più diventa post-ideologico e più ha un bacino di espansione. Ad oggi ha una posizione diversa, né l’una e né l’altra: oggi si pone come la vera destra, la destra autentica. E la destra autentica io penso possa sicuramente recuperare consensi nei mondi, chiamiamoli, dei delusi di questo governo all’interno del centrodestra.»
Sappiamo che, per disinnescare Vannacci, Salvini punta al Viminale, e che Meloni potrebbe concederglielo. Secondo lei questo potrebbe davvero cambiare il trend? Cosa potrebbe fare Salvini che Piantedosi non ha già fatto?
«Salvini fu un ministro dell’Interno molto orientato al consenso, con battaglie e priorità molto semplici e chiare. Sicuramente saprebbe sfidare Vannacci sul suo terreno, perché prima ancora di essere stato il terreno di Vannacci, nel 2018-2019 è stato il terreno che ha fatto la fortuna della Lega.
Io non sono convinto che le politiche migratorie possano essere usate come unico terreno di confronto politico per troppo tempo, perché su questo tema, una volta al governo, ci si scontra anche con la realtà, con cosa si può fare davvero e cosa no. Però nel breve termine può essere sicuramente un motore di consenso.
Rispetto a Piantedosi, il tema non è tanto fare di più o fare meno, ma la gestione dell’agenda politica pubblica: quali sono le tue priorità, quali sono i temi di cui parli e di cui fai parlare.»
Oltre al subbuglio a destra, la situazione appare piuttosto fluida anche all’opposizione: ci sono dei movimenti al centro, con l’uscita dal Pd di Pina Picierno e i malumori dell’ala riformista, e presto potrebbe debuttare il soggetto politico di Alessandro Di Battista.
Di Battista potrebbe diventare “il Vannacci del campo largo”, erodendo il consenso necessario a vincere le elezioni?
«C’è una grande differenza: Vannacci è un uomo di destra che rivendica un determinato apparato ideologico, e che si definisce di destra autentica. Io non ho mai sentito Di Battista definirsi di sinistra.
Poi molto dipende da che cosa metterà in campo. Al momento non sappiamo se si presenterà, in che modo si definirà e come si posizionerà. Sicuramente c’è un pezzo di 5 stelle che Di Battista potrebbe intercettare: ma i 5 stelle di oggi non sono i 5 stelle di dieci anni fa, quando Di Battista era un punto riferimento, quindi credo sia ancora presto per valutare. Sulla carta un partito di Di Battista in quanto “partito di Di Battista” non è detto possa ottenere determinati risultati. Poi c’è chi parla di una proposta che coinvolga Francesca Albanese e altri: una cosa del genere sarebbe diversa, potrebbe certamente intercettare più consensi, però bisognerebbe metterla ai piedi, costruirla, e non è così facile.»
In questo scenario così movimentato, quale crede che sia il destino della riforma della legge elettorale? Al governo conviene andare avanti o accantonarla e sfidare le opposizioni con il Rosatellum?
«Dipende da moltissimi fattori. Su questo tema è anche difficile parlare unitariamente di governo, perché in questa situazione ci sono tre principali forze di governo e hanno interessi non necessariamente convergenti. Vedremo come si muoveranno, ma non penso sia facile identificare già adesso un’unica linea per tutto il centrodestra, soprattutto in un momento come questo, dove la politica italiana è molto in divenire. Sicuramente la legge elettorale inciderà, e inciderà non poco, sulle strategie delle coalizioni, in particolare sull’allargare o meno le varie coalizioni.»
Ringraziamo Giovanni Diamanti per la disponibilità e la cortesia.
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