La chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe rallentare i processi di transizione energetica e riaprire la strada al carbone? Secondo un’indagine del Wall Street Journal, la risposta è un sonoro “sì”. La strozzatura della striscia di mare che collega le coste iraniane alla penisola araba sta comportando conseguenze in un numero sempre maggiore di settori, anche in quelli che sembrerebbero meno collegati al commercio marittimo. Lo stop al transito del gas naturale liquido, di cui quasi il 20% transita attraverso lo Stretto, sta provocando una crisi economica simile a quella che nel 2022 venne provocata dalla guerra tra Russia e Ucraina.
I vari Paesi europei, quindi, stanno cercando di trovare soluzioni che possano sopperire a questa mancanza, evitando di creare un deficit che sia eccessivo e che possa causare una vera e propria recessione. Così, il ritorno al carbone non sembra più un argomento tabù. Dopo anni in cui la decarbonizzazione era stata presentata come l’unica speranza per la ripresa dei mercati europei, oggi le centrali di tutta Europa vengono osservate con un certo interesse. La stabilità garantita da questo tipo di carburante sembra fondamentale in un periodo di incertezza come quello attuale.
La sicurezza del carbone
La crisi di Hormuz potrebbe quindi scardinare uno dei punti chiave del secondo mandato di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione Ue. La dimostrazione che una transizione poco armoniosa e complessa da attuare può dimostrarsi un punto di forte vulnerabilità anche per una potenza come l’Ue. Dopo anni di sacrifici e rinunce, diverse Nazioni potrebbero dover compiere immani passi indietro, in favore di una produzione più inquinante, ma economicamente più vantaggiosa e soprattutto sicura.
Di fronte al rischio di carenze energetiche, infatti, Taiwan ha riattivato due centrali a carbone ferme da mesi, mentre la Corea del Sud ha aumentato di oltre un terzo la produzione elettrica da carbone nell’ultimo mese. In India le autorità hanno ordinato alle centrali alimentate con carbone importato di massimizzare la produzione. L’Italia non è da meno: il governo ha già posto in stato di allerta alcune centrali a carbone in previsione di una crisi energetica prolungata. Il problema, infatti, non è solo l’approvvigionamento in vista dell’inverno, ma anche la forte richiesta di aria condizionata in vista di una possibile estate torrida.
La transizione energetica a rischio
Ovviamente, anche in questo caso i mercati hanno agito di conseguenza. Davanti ad una forte domanda di carbone, i prezzi nel porto australiano di Newcastle, riferimento per il mercato asiatico, sono aumentati del 12 per cento. I rincari, quindi, non salvano neanche questo settore. Eppure, il carbone sembra un combustibile più sicuro, perché meno esposto ai rischi geopolitici rispetto al gnl. Poco importa se sia molto più inquinante e pericoloso per la salute dei cittadini.
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