Il leader del M5S Giuseppe Conte è pronto a dimettersi dalla Commissione Covid, così da concordare un’audizione. Eppure la maggioranza glissa sulla data. Il timore, afferma il pentastellato interpellato dal Corriere della Sera, è che si intenda rimandare al mese di ottobre, nel cuore della campagna elettorale. Sottolinea però: «Gli italiani non si lasceranno ingannare».
La maggior parte dei punti contestati dall’attuale esecutivo non ha portato a nulla di concreto nel merito delle accuse rivolte a Conte. «Mi possono vivisezionare, non troveranno mai l’ombra di un interesse privato», afferma il diretto interessato. E incalza: «Loro sono abituati alla truffa Covid di Santanché e agli affari societari di Delmastro con la famiglia prestanome del clan Senese».
Tra gli elementi evidenziati dalla Commissione, c’è il nodo delle mascherine cinesi e l’accusa del capogruppo di FdI Galeazzo Bignami, il quale sostiene che l’opposizione voglia fermare gli accertamenti. Su quest’ultimo punto Conte risponde: «Se la maggioranza voleva davvero accertare la verità, non avrebbe escluso l’operato delle Regioni dal perimetro di indagine». Mentre riguardo alle Ffp2, l’ex presidente del Consiglio ribadisce che ogni pezzo acquistato da Pechino è prima passato al vaglio della struttura commissariale, guidata da Domenico Arcuri, e dall’Agenzia delle dogane.
C’è poi il nodo Luca Di Donna: «Non sono mai stato socio di Di Donna, è stato indagato per anni senza nessun esito e dalle intercettazioni dei Carabinieri non emergono conversazioni tra me e Di Donna». Mentre per quanto riguarda l’accordo con Dario Bianchi, il pentastellato accusa il Governo Meloni di aver cercato un accordo con l’imprenditore prima di attendere l’esito della causa che riguarda proprio la vendita delle mascherine. Per le quali, di fronte all’inadempienza di Bianchi, Arcuri aveva chiesto la rescissione del contratto.
Ma ciò che preoccupa di più Giuseppe Conte è la modalità con la quale è stata strutturata la Commissione Covid, così come quanto accaduto in Vigilanza Rai – paralizzata per due anni a causa della mancata indicazione di un presidente. «La maggioranza sta creando un precedente pericoloso: con questo svilimento delle istituzioni e il conseguente imbarbarimento dello scontro politico, rischiamo che le Commissioni parlamentari d’inchiesta finiscano per essere usate come strumenti per processare l’operato dei governi precedenti».
L’intervista rilasciata al Corriere si conclude con una proposta per la riforma della legge elettorale, presentata alla Camera e in attesa del voto martedì 7 luglio: «Un proporzionale puro, con preferenze che rispettano il genere e soglia di sbarramento al 3% per evitare la frammentazione dei partiti», insieme a una «piccola soglia premiale che incentiva i partiti ad aggregarsi».
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