La commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid vuole ascoltare Giuseppe Conte sui contratti per le mascherine cinesi e sul caso Di Donna. Ma, come ricostruisce Alessandro Mantovani su Il Fatto Quotidiano, molte delle accuse che stanno alimentando il dibattito politico sono già passate dai tribunali e sono state archiviate o si sono concluse con proscioglimenti e assoluzioni.
Le mascherine «farlocche»
Al centro dell’attenzione della commissione parlamentare ci sono i contratti per 800 milioni di mascherine N95, equiparate alle Ffp2, acquistate nella prima fase della pandemia dai consorzi Wenzhou, Luokai Trade e Zhongkai. La spesa complessiva fu di 1,25 miliardi di euro. Secondo gli accertamenti tecnici delle Procure di Gorizia e Roma, quei dispositivi filtravano meno del previsto, in alcuni casi fino a dieci volte meno. In seguito 218 milioni di mascherine furono distrutte, mentre le altre erano già state utilizzate.
Non si è però mai arrivati a una sentenza di condanna nel merito.
Conte e il ruolo di Arcuri
Anche a Quarta Repubblica, in un’accesissima discussione con il conduttore Nicola Porro, Giuseppe Conte ha ribadito di non essersi occupato personalmente dei contratti. Quelle forniture, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio, furono sottoscritte dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, nominato il 18 marzo 2020, quando la Protezione civile non bastava più a gestire l’emergenza.
In quei giorni le mascherine non si trovavano. La gara Consip era andata deserta e ne servivano tre milioni al giorno soltanto per gli ospedali. Le mascherine cinesi rappresentavano il 7,6% dei dispositivi acquistati nella prima fase del Covid.
Le decisioni dei giudici
La magistratura romana ha indagato per anni. Cai Zhongkai, l’uomo dei consorzi cinesi e di Luokai Trade, aveva concordato un patteggiamento a venti mesi per frode in pubbliche forniture e falso ideologico. Il 31 marzo scorso, però, la giudice Ilaria Tarantino lo ha prosciolto perché il tempo trascorso non consentiva più di eseguire una perizia sulle mascherine.
Anche Arcuri è stato indagato, prima per corruzione e poi per peculato. Entrambe le ipotesi sono state archiviate su richiesta della Procura. Sul contestato abuso d’ufficio, la stessa giudice ha scritto che non c’erano elementi per sostenere che la struttura commissariale avesse gestito i fondi pubblici sul presupposto di provvigioni occulte ai mediatori. Poi lo ha assolto perché nel frattempo il reato era stato abolito da Nordio.
Il caso Di Donna
L’altra questione su cui la destra insiste riguarda Luca Di Donna, avvocato che in passato aveva condiviso lo studio con Conte. Di Donna ottenne un incarico da Adaltis, società che si candidò per fornire kit diagnostici al governo durante la pandemia.
Anche questa vicenda, però, è stata archiviata. Adaltis fu inserita dalla struttura commissariale nell’elenco dei fornitori disponibili per le Regioni sulla base delle valutazioni dello Spallanzani e non per eventuali e mai dimostrati pressioni dell’allora presidente del Consiglio. Sicilia e Lazio acquistarono circa 427 mila test diagnostici, pari all’1,3% del volume totale. Il prezzo scese progressivamente da 9 a 7,5 euro, mentre sul mercato arrivava a 13.
L’audizione di Conte in commissione
Conte potrà dimettersi temporaneamente dalla commissione d’inchiesta, essere audito e poi tornare a farne parte. La destra punta a interrogarlo sulle mascherine e sui rapporti con Di Donna, ma il quadro giudiziario finora non ha prodotto condanne né ha accertato alcuna sua responsabilità o collusione.
Nel frattempo, davanti alla stessa commissione, l’infettivologo Matteo Bassetti ha parlato del clima politico durante la pandemia: «Le vaccinazioni sono diventate un’arma di distrazione politica». Pensiero ribadito in un post su Facebook, concluso da Bassetti con una nota di speranza: «Credo che sia stata un’audizione molto positiva per la scienza che, anche oggi, come durante il Covid, ha vinto sulla politica».
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