Nel Partito democratico crescono i dubbi sulle primarie. I dirigenti più influenti non le escludono, ma resta poca convinzione sull’uso di questo strumento per scegliere il candidato premier del centrosinistra. Il timore è semplice: tempi stretti, regole incerte e una coalizione ancora fragile rischiano di trasformare la competizione interna in un boomerang politico.
In questo clima torna a circolare un’idea già vista in passato: quella del “federatore”, una figura autorevole capace di tenere insieme le diverse anime del campo progressista. A rilanciarla è stata Rosy Bindi, con una serie di interviste che hanno riacceso il dibattito. L’ex presidente del Pd ha parlato di un passo indietro dei leader per lasciare spazio a un nome condiviso, in grado di far sedere allo stesso tavolo Elly Schlein e Giuseppe Conte e, se necessario, guidare la coalizione alle elezioni.
Tra i profili citati con più insistenza c’è l’ex segretario dem Pierluigi Bersani. È una figura rispettata sia nel Pd sia tra gli elettori del Movimento Cinque Stelle. Per ora, però, non risultano contatti ufficiali e lo Bersani non sembra coinvolto in manovre di questo tipo. La decisione, in ogni caso, spetta ai due leader del campo largo, che non mostrano alcuna intenzione di rinunciare al ruolo di candidati premier.
Nel dibattito interno emergono anche altre ipotesi. Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, viene indicato come possibile punto di equilibrio tra le due forze politiche, dopo la sua elezione sostenuta da Pd e Cinque Stelle. C’è poi chi guarda alla sindaca di Genova, Silvia Salis. Ha promesso di restare alla guida della città, ma dentro il partito molti pensano che una chiamata nazionale potrebbe cambiare lo scenario. A pesare su tutte queste valutazioni è la legge elettorale. Se si dovesse votare in tempi rapidi e con le regole attuali, organizzare primarie diventerebbe complicato.
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