L’uscita dal Partito Democratico da parte di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e tra le figure più note dell’area cosiddetta riformista, è soltanto l’ultimo capitolo di una serie di strappi e logorii iniziata oltre tre anni fa. Un percorso che ha visto dirigenti, parlamentari ed eurodeputati scegliere strade diverse, spesso motivando l’addio con un percepito mutamento politico e culturale del partito da quando Elly Schlein ne è divenuta segretaria.
L’uscita di Borghi e Furlan
Il primo nome di peso a lasciare il Pd dopo l’arrivo di Schlein alla segreteria fu Enrico Borghi. Ex responsabile sicurezza del partito e figura storica dell’area cattolico-democratica, denunciò quella che definì una deriva verso una “sinistra massimalista” incapace di dialogare con culture politiche diverse e si accasò a Italia Viva.
Pochi mesi più tardi seguì il suo stesso percorso anche Annamaria Furlan. L’ex segretaria generale della Cisl lasciò il gruppo dem al Senato per avvicinarsi ai renziani dopo aver preso atto delle inconciliabili divergenze sui temi del salario minimo, al quale Furlan si è sempre detta contraria, e del ddl Partecipazione, una legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese alla quale Furlan era invece favorevole nonostante i pesanti emendamenti imposti dal governo Meloni.
Gli addii recenti: Gualmini e Madia
Nel corso del 2026, il Partito Democratico ha vissuto un’altra ondata di addii di esponenti dell’area riformista.
A febbraio Elisabetta Gualmini ha scelto Azione, definendo il trasferimento un “ritorno a casa” e parlando, come Borghi, di una “mutazione genetica” del Pd.
A maggio è stata la volta di Marianna Madia, già Ministra per la semplificazione e la pubblica amministrazione del governo Renzi, che ha salutato i compagni di partito spiegando di voler contribuire alla costruzione del centrosinistra “da un’altra prospettiva”.
Si tratta di figure con percorsi differenti ma accomunate da quella tradizione liberale, cattolica e riformista confluita nel Pd fin dalla sua fondazione, che ha poi gradualmente preso le redini del partito e che ora si trova invece in minoranza.
I saluti di Picierno
L’uscita di Pina Picierno, anche per il peso specifico del suo ruolo di vicepresidente del Parlamento europeo, potrebbe accelerare questo fenomeno di erosione e ricollocamento del partito. Cresciuta nel Partito Popolare Italiano, passata per la Margherita e tra i protagonisti della nascita del Pd, l’eurodeputata era diventata una delle voci più critiche verso la linea della segreteria.
“Di dubbi ne ho avuti moltissimi, mi sono più che lacerata”, ha spiegato Picierno annunciando la decisione di lasciare un partito che considera ormai “diverso da quello che abbiamo fondato”. Per questo sarebbe arrivato il momento di “lavorare a qualcosa di nuovo”.
Le reazioni
Molti colleghi e anche molti elettori del Partito Democratico hanno accolto con il sorriso la notizia dell’addio.
Tra questi non c’è il senatore Filippo Sensi, che nel salutare Picierno ha ammesso che “in alcune chat dem vedo che qualcuno sta stappando champagne, grida di giubilo, ‘finalmente!'”. A suo giudizio, tutto ciò “è un po’ penoso”.
Ma anche sui social, se sotto il post dell’eurodeputata prevalgono i ringraziamenti e la solidarietà, altrove una buona parte degli utenti vicini al Partito Democratico e alla sinistra non sembra affatto stracciarsi le vesti per questo divorzio dai riformisti. Anzi, c’è chi suggerisce ad altri pesi massimi di fare lo stesso: tra i nomi più citati, Lorenzo Guerini e Graziano Delrio.
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