Secondo Giorgia Meloni in Italia l’elezione di un Presidente della Repubblica di destra sarebbe un “tabù” da infrangere. Una dichiarazione rilasciata il 29 giugno a “10 minuti” su Rete4 e che non corrisponde alla realtà, come dimostra l’analisi della storia politica dei 12 capi dello Stato che si sono susseguiti dal 1946 ad oggi. Non tutti erano di centrosinistra, ma nessuno proveniva dalla destra sociale o postfascista. Nessuno degli eletti al Quirinale aveva militato in Alleanza Nazionale o nel Movimento Sociale Italiano, ovvero i partiti da cui nasce Fratelli d’Italia. Questo perché di fatto la Costituzione, difesa proprio da Presidente della Repubblica, è antifascista.
I presidenti della Repubblica non di sinistra
“Chi non è di sinistra non è un figlio di un dio minore“, aveva continuato Meloni, descrivendo agli elettori l’esistenza di una corrente politica pronta a muoversi in massa per evitare che la destra prenda eccessivo potere. Eppure il primo Presidente della Repubblica italiana, Enrico De Nicola era un monarchico e liberale, così come liberale era stato Luigi Einaudi. Due figure non identificabili sicuramente come di centrosinistra. Francesco Cossiga non è inseribile in nessuna corrente, né di destra né di sinistra, mentre Scalfaro proveniva addirittura dall’ala conservatrice della Democrazia Cristiana. Come riferito dal docente di Storia del diritto all’Università di Tor Vergata, Marco Fioravanti, il MSI ha addirittura partecipato all’elezione dei presidenti Antonio Segni e Giovanni Leone.
Il capo dello Stato viene infatti eletto nel Parlamento riunito in seduta comune, ovvero con i deputati e i senatori che votano insieme. A questi si aggiungono i delegati regionali, scelti a loro volta dai Consigli regionali. Si tratta di tre figure per Regione, eccetto la Valle d’Aosta che per dimensioni ne ha solo uno.
La “svolta” non richiesta di Meloni per il Quirinale
Come spiegato dal professore, l’unico riferimento di Meloni potrebbe essere agli ultimi 25 anni quando, da Ciampi a Mattarella, i presidenti sono stati eletti con un apporto piuttosto importante del Partito democratico. Da qui risulta fondamentale la rielezione del governo di centrodestra nel lustro dal 2027 al 2032, così che la maggioranza in Parlamento abbia la possibilità di scegliere un nome il più vicino possibile ai propri ideali quando nel 2029 Mattarella finirà il suo secondo mandato.
Il centrodestra è in difficoltà
Quando un partito è in difficoltà tende ad alzare il tiro. Con i consensi in calo, la riorganizzazione del campo progressista e l’ascesa di Roberto Vannacci, Meloni ha trovato il modo per dare un senso a un suo secondo mandato. Come con l’elezione di un Presidente del Consiglio di destra, ora la leader di FdI vuole convincere la popolazione della necessità di una nuova “svolta” nel percorso politico italiano. Un cambiamento non richiesto e soprattutto irrealizzabile. L’elezione di una figura che rifiuta di definirsi “antifascista” resta infatti inconciliabile con il ruolo di difensore della Costituzione italiana.
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