È stato rilasciato il secondo uomo fermato nell’ambito delle indagini sull’attacco avvenuto durante il Christopher Street Day di Berlino. Lo riferisce il settimanale tedesco Der Spiegel, secondo cui gli investigatori non hanno trovato elementi sufficienti a confermare il suo coinvolgimento nell’attentato. L’uomo, un cittadino iraniano, era stato arrestato con il sospetto che si trovasse a bordo del veicolo utilizzato per investire la folla durante il Pride di sabato sera. Resta ancora da chiarire, però, se l’attentatore – il 21enne Abdul Ballout, tedesco di origini libanesi – abbia agito da solo.
Intanto, il padre del giovane ha raccontato a Der Spiegel: «Siamo sciiti, non sosteniamo l’Isis. Ma mio figlio amava i sunniti. Riteneva cattivo il gruppo terroristico islamico», le parole di Tawfik Ballout, 64 anni. Quest’ultimo ha poi ricordato i contrasti avuti con Abdul, spiegando che quest’ultimo avrebbe voluto portare la barba lunga contro il suo parere. «Mi spiego solo in un modo quello che è successo: gli hanno fatto il lavaggio del cervello», ha aggiunto.
L’attentato ha riacceso il dibattito sulla gestione degli individui radicalizzati in Germania. Ballout era infatti già noto alle autorità per precedenti penali, tra cui lesioni personali, estorsione e rapina, oltre a un tentativo di raggiungere la Siria per unirsi allo Stato Islamico. Arrestato in Libano e successivamente rimpatriato, lo scorso maggio era stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per «preparazione di un grave atto di violenza sovversiva». La pena era stata sospesa tenendo conto del periodo già trascorso in carcere e del percorso di apparente allontanamento dall’estremismo dichiarato dall’imputato.
Proprio quella decisione è ora al centro delle polemiche. Il deputato della Cdu Marc Henrichmann, presidente della commissione parlamentare di vigilanza sui servizi segreti, ha invocato un approccio più rigoroso nei confronti degli estremisti, affermando che «non si deve attribuire un valore eccessivo alle loro libertà quando sono in gioco vite umane». Sulla stessa linea, anche il ministro dell’Interno bavarese Joachim Herrmann, che ha definito «catastrofica» la sospensione della pena, sottolineando come «i giudici devono essere consapevoli della responsabilità che hanno per la sicurezza dei cittadini».
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