Ci volevano Fedez, Mr Marra e il microfono di Pulp Podcast per strappare Beppe Grillo al suo sdegnoso isolamento. E il comico genovese non ha deluso i cultori del genere, mettendo in scena una di quelle sue tipiche esibizioni tra il profetico e il triviale. Il piatto forte, va da sé, è la regolazione di conti con la creatura che fu sua e di Gianroberto Casaleggio. L’attuale Movimento 5 Stelle? Un cadavere che cammina. O meglio, un organismo colpito da una «paralisi della mente progressiva». L’affondo principale è tutto per Giuseppe Conte, liquidato sbrigativamente come «il reverendo Jones» o «l’uomo che sussurrava ai cavilli». E aggiunge sul M5s: «Certo che dovrebbe chiamarsi in un modo diverso, io lo farei anche per dare valore al reverendo Jones, perché lui dovrebbe avere la sua faccia, con il suo stemma e mandare avanti… Lo faccio per lui. Non vedo una rinascita del movimento con quei valori perché è passato, ma vedo che alcune cose sono compostabili. Dicono che sono stato polverizzato, nella polvere però ci sono ancora i semi di qualcosa».
Tra dardi su Vannacci e la difesa di Ciro
Nessuno si salva dal fuoco di fila del fondatore. Roberto Vannacci viene bollato come una «decalcomania: più gli sputi sopra più si appiccica», destinato a campare solo di «domande stupide». Sulla Rai l’invettiva è una sentenza senza appello: «Una tv commerciale gestita male». Perfino i ricordi di governo si colorano di surreale, con i messaggi in codice scambiati con Mario Draghi («Le fragole sono mature», «I mirtilli ancora no»). Ma la corazza del provocatore cede all’improvviso quando il discorso scivola sul dramma familiare del figlio Ciro, a processo per violenza sessuale di gruppo. Lì il padre prende il sopravvento sul comico: racconta di un ragazzo che sta maturando «con una spada di Damocle sulla testa», che ha collezionato un 110 e lode e ora studia da penalista per «gridare al mondo la sua innocenza» e difendersi da solo. Fuori dai microfoni resta la fotografia di un Grillo malinconico e nostalgicoc, convinto che nella polvere lasciata dalla sua creatura ci sia ancora qualche seme, ma consapevole che il teatro della politica, oggi, recita un copione che non gli appartiene più.





