Un’operazione trasformista perfettamente riuscita per blindare la poltrona e mettere la museruola alle correnti interne. Matteo Salvini si dimette da segretario della Lega, ma lo fa nell’unico modo che gli garantisce di riprendersi tutto il potere senza rischiare nulla. Il vertice di via Bellerio ha infatti licenziato le regole di un congresso blindatissimo, disegnato su misura dai fedelissimi del vicepremier per disinnescare la fronda dei governatori settentrionali e garantire una riconferma in stile bulgaro. Niente voto segreto, delegati di provata fede e la regia di Lorenzo Fontana a garantire che la macchina d’apparato elimini alla radice ogni velleità di fronda.
Di fronte ai malpancisti che da mesi ne chiedono il passo indietro per riportare il partito alle origini, Salvini sfoggia la sicurezza di chi ha già in mano le carte vincenti, rinfacciando ai critici di aver persino abbassato l’asticella delle firme necessarie per candidarsi e sfidando apertamente chiunque a farsi avanti.
La tagliola sul voto segreto e la beffa dello sdoppiamento
La manovra del segretario uscente cancella ogni margine di manovra per l’ala nordista guidata da Luca Zaia e Attilio Fontana. La richiesta avanzata dai governatori per ottenere il voto segreto durante le assise è stata rispedita al mittente con disprezzo: si voterà per alzata di mano davanti ai settecento delegati che già lo scorso anno lo acclamarono a Firenze. Una scelta giustificata da Salvini liquidando il voto segreto come uno strumento buono solo per i franchi tiratori del Parlamento.
Ancora più rigida la protezione eretta contro il progetto di scissione o sdoppiamento del Carroccio tra Nord e Sud. La commissione regolamento, controllata dai fedelissimi del ministro dei Trasporti, avrà infatti il potere insindacabile di depennare o riformulare qualsiasi emendamento sgradito. Di fronte a una simile tenaglia istituzionale, il potenziale sfidante Massimiliano Romeo tentenna, mentre le truppe salviniane si preparano a scippare persino la bandiera del nordismo agli avversari interni.
Addio al logo “premier” e l’esca dei listini per i governatori
Uscendo da via Bellerio, il capitano del Carroccio ha confermato anche l’imminente restyling dell’insegna di partito. Dalle schede elettorali sparirà la dicitura “Salvini premier”, ritenuta ormai superata dalla nuova legge elettorale, per fare spazio a un simbolo rivisitato che oscilla tra il ritorno all’iconico Alberto da Giussano e la stella alpina tanto cara al fondatore Umberto Bossi.
Sullo sfondo resta tuttavia il nodo dei consensi in picchiata, che il leader intende affrontare offrendo una tregua armata ai suoi detrattori. La promessa di una nuova segreteria politica più inclusiva e la tentazione delle candidature da capolista per le prossime elezioni politiche rappresentano l’esca per riassorbire i governatori riottosi, a patto che la finiscano una volta per tutte con le guerre intestine.





