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sabato 18 Aprile, 2026
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Giorgia Meloni e Donald Trump. EPA_Yoan Valat_Pool

Divorzio all’americana: per Meloni è un’umiliazione

Alla premier non sono bastati i lunghi trascorsi da cheerleader per evitare l'ira di Trump. Ancora nessuna replica dopo l'attacco frontale

Da Sergio Di Laccio
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Che Trump sarebbe stato un cliente difficile per qualsiasi governo e per qualsiasi leader era chiaro sin dal suo primo mandato. Un arrogante, un narcisista, tanto abile nel manipolare i gonzi quanto facilmente manipolabile da chi gonzo non è. Un uomo privo di scrupoli, fedele soltanto alla menzogna, circondato da plutocrati, suprematisti, tecnofascisti e tanti, tantissimi yesman. Cosa poteva andare storto?
Il problema di Meloni non è l’odierno scontro con Trump, no. Sono gli anni precedenti: gli anni in cui ha sostenuto la corsa di Trump alla Casa Bianca; in cui ha incensato il tycoon ogni volta che ne ha avuto occasione. Gli anni in cui ha raccontato la favoletta che la vedeva protagonista: la favola che presentava Meloni come il ponte tra Stati Uniti ed Europa.

“A very special relationship”

Il 20 gennaio 2025, Giorgia Meloni è l’unica leader di un governo europeo presente a Capitol Hill per la cerimonia di insediamento di Trump. Pochi giorni dopo, Trump allude a una possibile esenzione dai dazi per l’Italia proprio in ragione di questo rapporto molto speciale con la presidente del Consiglio: “Mi piace molto, vediamo cosa succede”, dice. Parole al miele, come quelle pronunciate dopo l’incontro all’Eliseo l’8 dicembre 2024, quando Trump era il presidente eletto ma non ancora in carica: “Meloni è piena di energia, è fantastica”.
Quando, circa un anno fa, Donald Trump accolse Meloni alla Casa Bianca, la presentò come una “persona eccezionale”, una “dei veri leader del mondo”. Una volta ripartita per Roma, Trump scrive sui social: “Meloni ama il suo Paese e l’impressione che ha lasciato su tutti è stata fantastica!”. Opinione che verrà confermata più volte nel corso degli ultimi dodici mesi.

I complimenti di Meloni

Meloni ricambia sempre i complimenti di Trump, e non per mera cortesia istituzionale.
Il presidente americano è “coraggioso, schietto, determinato”, un leader “che difende i suoi interessi nazionali”. Si vanta anche di potergli parlare con franchezza: “Ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo”.
Il 23 gennaio scorso, neanche tre settimane dopo l’attacco americano al Venezuela e il rapimento di Maduro e di sua moglie Cilia Flores, Meloni diceva: “Confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente anche noi potremo candidare Donald Trump al Nobel per la pace”.

Il caso Groenlandia

Già un paio di volte le intemperanze del tycoon avevano costretto il governo e la sua leader a smarcarsi, ma sempre con quell’atteggiamento timido, remissivo, ingobbito che Trump apprezza e che rende più semplice il suo perdono.
A gennaio di quest’anno, Trump annuncia l’aumento dei dazi contro gli otto stati europei che nei giorni precedenti hanno deciso di inviare i propri militari in Groenlandia a seguito delle minacce americane.
L’Italia non è tra questi paesi ed è dunque esente dalla ritorsione, ma Meloni definisce comunque questa mossa “uno sbaglio”. Lo fa con la consueta ambiguità, evitando di condannare nettamente l’amministrazione americana e preferendo parlare piuttosto di “un errore di comprensione e comunicazione”. Praticamente una scaramuccia che si risolve con due pacche sulle spalle.

Le parole di Trump sull’Afghanistan

Pochi giorni dopo l’affaire Groenlandia, ed esattamente il giorno dopo la “candidatura” meloniana di Trump al Nobel per la pace, il presidente americano attacca per l’ennesima volta la Nato, accusando gli alleati di essersi tirati vigliaccamente indietro anche durante la guerra in Afghanistan.
In una nota, Meloni deve ricordare il tributo di sangue pagato dall’Italia in Afghanistan e, anche in quell’occasione, definisce le parole di Trump “non accettabili”. Ma il sentimento con cui ha appreso la dichiarazione di Trump non è l’indignazione: è lo “stupore”.
Lui la assolve: “È un’ottima leader e una mia amica”, una partner che “cerca sempre di aiutare”.

“Mi sbagliavo su Meloni”

Il tardivo messaggio di Meloni a sostegno del Papa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un vaso che, invero, non fa che traboccare e perdere acqua da mesi, inzuppando chiunque non si metta sull’attenti ed esegua gli ordini senza brontolare.
“Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Non vuole aiutarci nella guerra, sono scioccato”, ha dichiarato Trump.

L’umiliazione

Mesi e mesi, anzi anni, a fare la cheerleader, usando toni accomodanti anche di fronte alla barbarie, non sono bastati a Meloni per ottenere alcun trattamento di favore. Belle parole sì, tante, prima che venissero smentite con la rapidità con cui si cancella un post dai social. Di risultati concreti però non vi è traccia. Dopo tutte le favolette sui rapporti privilegiati, sulla solida amicizia, sul ponte tra Usa e Ue, questa sconfitta assume le tinte fosche dell’umiliazione.
Anche oggi, come già accaduto dopo l’attacco al Papa, Meloni temporeggia. Mentre lei se ne sta chiusa nel fortino, in suo sostegno è dovuta intervenire Elly Schlein, seguita da qualche collega del governo. L’umiliazione delle umiliazioni: quando c’è di mezzo Trump, Meloni non riesce a parlar chiaro neanche per difendere sé stessa.

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