È uno degli attacchi più violenti dall’inizio dell’anno. Nella notte tra il 16 e il 17 aprile, la Russia ha colpito l’Ucraina con centinaia di missili e droni, causando vittime, incendi e nuovi estesi blackout. Si allontana ancora l’ipotesi di una tregua.
Massicci raid russi
La reazione ucraina
L’Ucraina ha già però ampiamente dimostrato di non essere disposta a recitare la parte della vittima sacrificale.
Nelle prime ore della giornata, un attacco ha colpito la raffineria di Tuapse, nella regione di Krasnodar, provocando incendi in un impianto che lavora circa 12 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e che per la Russia gioca un ruolo chiave nell’approvvigionamento di carburante dell’esercito.
Un’unità ucraina ha intanto dichiarato di aver effettuato oltre 100 attacchi sul fronte utilizzando “assalti robotici combinati. Queste operazioni includono l’eliminazione del personale nemico, nonché la distruzione di rifugi e posti di comando”. Non si tratta più di incidenti isolati, ma di operazioni di combattimento sistematiche: i robot “kamikaze” trasportano cariche esplosive o sono equipaggiati con armi in grado di sparare contro le truppe nemiche, e possono sia sostituire gli attacchi di fanteria, sia dare una mano a individuare i bersagli e a prevenire le infiltrazioni nemiche.
Le mosse europee
Dopo gli attacchi, il presidente Volodymyr Zelensky ha rilanciato la richiesta di nuove sanzioni contro Mosca: “La Russia punta sulla guerra, e questa deve essere la risposta”, ha aggiunto. “Bisogna proteggere le vite umane con tutte le forze e fare pressione per la pace con altrettanta determinazione”.
In visita a Roma, Zelensky ha incassato il sostegno della premier Giorgia Meloni, che dopo gli schiaffi ricevuti da Trump, pur senza nominarlo, ha cercato di allentare la tensione con la Casa Bianca: “L’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev e che assicurino la solidità dell’alleanza euro-atlantica. Perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca”.
Sul fronte europeo, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha intanto annunciato che l’Ue è pronta a discutere il ventesimo pacchetto di sanzioni. Un percorso però tutt’altro che privo di ostacoli: senza garanzie sull’oleodotto Druzhba, il ministro degli Esteri slovacco Juraj Blanar ha affermato che il suo Paese è pronto a porre il veto. E a riguardo anche l’Ungheria, nonostante la sconfitta di Orbán e l’elezione di Magyar, potrebbe non mostrarsi troppo malleabile.
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