domenica 31 Maggio 2026
Conte e Picierno.

Nervi tesi nel Pd. L’ala riformista contro Conte sull’Ucraina in Ue

Il Presidente del M5s ha bocciato l'ingresso immediato di Kiev proponendo lo status di "partner privilegiato". Per Picierno e Delrio, ogni cedimento è filoputinismo

Da Giustino Marai
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Tra i dossier più scottanti per il campo largo c’è sicuramente l’Ucraina. Giuseppe Conte ha ribadito la sua contrarietà all’ingresso immediato di Kiev nell’Unione europea, sostenendo che al momento manchino le condizioni. Una posizione che l’area cosiddetta riformista del Partito democratico, da sempre insofferente verso l’alleanza con M5S e Avs, non condivide e anzi oppone ferocemente.

Le obiezioni di Conte

Il leader del M5S ha motivato il suo “no” con due argomenti: l’Unione europea, a suo giudizio, sarebbe già politicamente fragile a ventisette, e senza una contestuale riforma dei meccanismi decisionali l’allargamento rischierebbe di aggravare il problema, paralizzandone la capacità decisionale.
Poi il nodo più delicato: l’articolo 42.7 del Trattato Ue, cioè la clausola di mutuo soccorso in caso di attacco armato a uno Stato membro. Per Conte, far entrare oggi l’Ucraina significherebbe esporsi al rischio di un coinvolgimento diretto contro la Russia. Da qui l’idea di pensare, almeno per ora, a uno status di “partner privilegiato”.

Lo status speciale per l’Ucraina

La linea di Conte non coincide con quella del cancelliere tedesco Friedrich Merz, ma intercetta un punto che anche Berlino ha dovuto riconoscere: l’adesione piena di Kiev non è una pratica che possa essere chiusa in tempi brevi. Lo stesso Merz ha proposto per l’Ucraina la formula di “membro associato”, uno status oggi inesistente che permetterebbe a Kiev di partecipare ad alcune riunioni Ue senza diritto di voto, di avere rappresentanti non votanti e di accedere in parte ai programmi europei. Una soluzione ponte, pensata proprio perché il percorso ordinario resta lungo, complesso e politicamente esplosivo.

La linea dei riformisti

Nel Pd, però, le parole di Conte hanno scatenato nuovo brontolii dei cosiddetti riformisti: per Picierno, Delrio e altri esponenti dell’area più atlantista e liberale, ogni cautela su Kiev è un cedimento a Putin e all’imperialismo russo. Curiosamente, ma forse non è un caso, sono gli stessi che difendono a spada tratta Israele, rifiutandosi di riconoscere il genocidio palestinese e opponendosi a ogni sanzione che possa mettere un freno alla violenza dell’Idf e dei coloni. Le loro posizioni coincidono in larga parte con quelle dei partiti del già defunto Terzo Polo, uno dei quali, Italia Viva, oggi fa parte del campo largo; l’altro, Azione, bisticcia con il partitino di Marattin in una gara a chi è più liberale, sionista e filoucraino. Alle prossime elezioni, potrebbero essere loro l’ago della bilancia.

Schlein prende tempo

La segretaria dem, intanto, evita di trasformare la polemica in una guerra aperta. Ma il nodo resta: ogni dossier internazionale, dall’Ucraina al riarmo europeo, fa riemergere un partito diviso tra chi vuole costruire un’alternativa larga alla destra e chi continua a guardare con nostalgia al campo liberal-centrista. Il risultato è un Pd che prova a parlare di unità, ma nel quale una parte consistente dei suoi dirigenti sembra più impegnata a difendere gli interessi del proprio gruppuscolo che a contrastare le politiche regressive del governo Meloni.

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