L’emergenza del virus Ebola è tornata a colpire alcuna zone dell’Africa centrale, alimentando però timori anche in Europa e in Italia. Matteo Bassetti, infettivologo e Direttore della Clinica Malattie infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, ha chiarito a La Sintesi che al momento non esiste il concreto rischio di una diffusione del virus Ebola in Italia. Ciò che conta è evitare gli allarmismi e lasciare che gli addetti ai lavori si occupino dei casi sospetti, prima di mettere in agitazione i cittadini.
Dottor Bassetti, le preoccupazioni presenti in Italia sull’epidemia dell’Ebola sono lecite o si rischia di andare incontro a un’isteria di massa?
“È giusto che ci siano preoccupazioni, perché siamo di fronte ad un’epidemia di un virus che purtroppo sta facendo il 30% di letalità in una zona dell’Africa molto difficilmente controllabile. Siamo in una zona di guerra, dove gli aiuti sono arrivati con grande difficoltà, anche per la miopia del governo Trump che ha chiuso il programma USAID, che destinava decine di milioni di euro proprio ai Paesi in via di sviluppo per combattere questo tipo di problematiche. Il focolaio fa paura perché è partito con una forza che non era mai stata vista prima. I timori sono presenti in tutto il mondo, non solo in Italia, ma bisogna evitare degli errori. Ad esempio, a Cagliari e Como due casi sospetti sono stati trattati creando allarmismo. Bisogna essere molto più seri nella gestione del fenomeno. Devono occuparsene gli addetti ai lavori: quando c’è un caso sospetto bisogna valutarlo attentamente. Non esiste che uno chiami il 118 dicendo di avere i sintomi e che poi si blocchi una strada intera”.
Quindi, quando bisogna davvero preoccuparsi?
“Nel caso in cui fuori dell’Africa ci sia un criterio di contatto con un paziente affetto da Ebola. Il fatto che uno provenga dal Congo non vuol dire per forza che abbia contratto la malattia, anche perché parliamo di un Paese che è grande quanto l’Europa. Solo quando si hanno forti sospetti e sono state escluse altre cause si può avvertire la stampa. Spero che questa settimana, con la riunione dei ministri della Salute Ue e le Regioni che si stanno organizzando dopo la circolare del ministero, si possa fare chiarezza su questi punti. L’isteria e l’allarmismo non portano da nessuna parte. Va considerato che questo è un virus che comunque ha alcune caratteristiche che lo rendono meno trasmissibile di molti altri, anche per l’alto tasso di mortalità che ha, e perché non viene trasmesso per via aerea”.
Allora, perché è ancora oggi una delle malattie più temute al mondo?
“Perché ha una elevata mortalità e perché in Occidente nessuno l’ha vista. Quando una malattia non è vista e non è conosciuta fa paura, sia ai cittadini che agli operatori. Io un caso di Ebola non l’ho mai visto, ne ho sempre sentito parlare e raccontare. Però, c’è da dire che un conto è gestire un caso di Ebola in Africa, con i centri che hanno a disposizione. Noi abbiamo ospedali attrezzati e strutture. Quindi, nel caso in cui vi dovesse essere un caso da gestire in Occidente, vi potrebbe essere una malattia che noi siamo in grado di gestire, riducendone anche la mortalità. Io sono abbastanza tranquillo sul fatto che noi non avremmo un’ampia diffusione di caso. Il fatto che il ministero della Salute italiano, tra i primi europei, abbia posto l’obbligo di monitoraggio per coloro che giungono in Italia da quelle aree è un fattore molto positivo”.
Questo può voler dire che l’Italia abbia imparato qualcosa dal Covid nella gestione delle emergenze infettive?
“Io sono stato molto critico nei confronti del governo, perché negli ultimi quattro anni ci sono stati troppi distinguo. Dalla commissione Covid all’astensione sul piano pandemico internazionale nel 2025, fino a un ammiccamento un po’ troppo vicino al mondo No-Vax da parte di alcune componenti del governo. In questa situazione, invece, Giorgia Meloni è stata la prima in Europa a chiedere un tavolo Ue per discutere l’emergenza e per questo bisogna farle un applauso. Ha dimostrato che un conto è la politica di partito che si fa per strada, è un conto è poi fare il primo ministro. Quindi, nelle malattie infettive non si può fare distinzione tra destra e sinistra, perché la linea è una sola: si combattono con farmaci, vaccini, prevenzione, collaborazione e cooperazione. Non si può dire che all’epoca del Covid non siano stati commessi errori, ma va considerato che si procedeva al buio. Secondo me è sbagliato crocifiggere chi ha preso certe decisioni, perché sono state prese in buona fede. Oggi è stato dimostrato che le decisioni che prese il governo Conte al tempo del Covid, sono le stesse che sta prendendo il governo Meloni oggi”.
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