La morte di Ali Khamenei domina le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Non potrebbe essere altrimenti. Già consigliere dell’ayatollah Khomeyni, la Guida suprema dell’Iran era al potere dal 1989. Trentasette anni al potere su quarantasette di Repubblica Islamica. Trentasette anni di tensioni e schermaglie con Israele e gli Stati Uniti e, sul fronte interno, di autoritarismo spesso brutale.
La sua morte getterà nello sconforto milioni di iraniani, mentre altrettanti, forse di più, proveranno sollievo o addirittura gioia. Pochi crederanno invece alla narrazione, diffusa in Occidente, che si sforza di presentare l’attacco (anche) come un intervento umanitario a sostegno del popolo iraniano.
NON SOLO KHAMENEI
Con Khamenei, secondo l’IDF, sarebbero state uccise diverse figure chiave della catena di comando iraniana: tra loro, oltre all’ex presidente Mahmud Ahmadinejad (ancora in forse), il Ministro della Difesa Amir Nasirzadeh e il Comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica Mohammed Pakpour; il consigliere ed ex Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani e il Capo del Bureau Militare Mohammad Shirazi.
Altre vittime fanno però più fatica a trovare il giusto spazio nell’ecosistema informativo.
COLPITA UNA SCUOLA A MINAB
Nelle stesse ore in cui venivano colpite le strutture militari iraniane, un missile ha centrato una scuola elementare femminile a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan. La scuola sarebbe non molto distante da una caserma del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
L’esplosione ha distrutto parte dell’edificio e provocato il crollo del tetto, seppellendo studenti e insegnanti sotto le macerie.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, circa 170 alunne si trovavano nella scuola al momento dell’attacco. La maggior parte di loro aveva (o ha) tra i sette e i dodici anni. Per l’agenzia statale IRNA, le vittime sarebbero almeno 148, oltre a decine di feriti.
