giovedì 16 Luglio 2026
Matteo Salvini. ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI

Crescono i malumori nella Lega sulla legge elettorale

Nonostante le smentite ufficiali, diversi esponenti del Carroccio hanno votato contro l'emendamento sulle preferenze e non vedono di buon occhio neanche la riforma nel suo complesso. Il partito potrebbe indebolirsi nelle roccaforti del Nord, il rischio è quello di non essere rieletti

Di Redazione
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La linea ufficiale di via Bellerio è chiara: i deputati della Lega hanno votato a favore dell’emendamento sulle preferenze e non hanno tradito l’indicazione della maggioranza. Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, come ricostruisce Alessandro Da Rold su La Verità, diversi esponenti del Carroccio hanno votato contro e accolto col sorriso la bocciatura. E non è un mistero che tra molti di loro serpeggi il timore che la riforma, abbracciando il proporzionale, possa indebolire il partito nelle roccaforti del .

Molinari difende il gruppo

A garantire sulla compattezza dei deputati leghisti è Riccardo Molinari, alla Camera. Uscendo da Montecitorio ha ammesso che, con il voto segreto, è difficile individuare i franchi tiratori. Secondo i calcoli della Lega, si sarebbero spostati circa 30 . Ma Molinari non punta il dito contro i suoi: il partito aveva dato indicazione di votare sì e lui non ha «motivo di pensare» che i deputati leghisti abbiano fatto diversamente.
La questione, però, resta aperta. Anche perché, racconta Da Rold, a microfoni spenti un deputato leghista liquida la caccia ai responsabili con una : «Vuole sapere chi sono stati? Praticamente tutti, o quasi».

Durigon: «Persa un’occasione»

Più prudente Claudio Durigon, vicesegretario della Lega e sottosegretario al . Per lui sulla legge elettorale «è stata persa un’occasione». Non chiude nemmeno alla possibilità di ripresentare la al Senato.
Sui voti mancati, però, Durigon allarga il campo: i contrari, sostiene, sarebbero stati «distribuiti un po’ tra tutti i partiti di maggioranza». Una posizione tesa a scaricare almeno in parte le della Lega, ma senza puntare esplicitamente il dito verso Forza Italia, il partito nel quale le resistenze alle preferenze erano apparse più strutturate.

Assenti e sospetti

Dai sospettati di tradimento, scrive La Verità, può intanto essere esclusa Vannia Gava, la viceministra dell’Ambiente e della energetica, che era in e avrebbe partecipato a tutte le votazioni, ma il cui voto non sarebbe stato registrato a causa di un problema tecnico riconosciuto dalla Camera. Lo stesso dicasi per Federico Freni, Giancarlo Giorgetti, Mirco Carloni e Nicola Molteni, che risultavano invece formalmente in missione. Gli assenti non in missione erano Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi e Valeria Sudano.
Ma l’assenza indica al massimo un sì mancato, magari colpevolmente, non un voto contrario: il franco tiratore, per definizione, entra in Aula e vota contro.

I rischi del proporzionale

Il malumore di molti leghisti, però, riguarda la nel suo complesso. Cancellando i collegi uninominali e spostando il sistema verso il proporzionale, il Melonellum ridurrebbe un vantaggio storico della Lega nelle roccaforti del Nord.
Con il Rosatellum, che adotta un sistema misto maggioritario e proporzionale, il Carroccio può ottenere collegi sicuri sia nelle proprie roccaforti, con l’uninominale, sia grazie alla forza complessiva della coalizione, anche laddove il suo consenso nazionale è più basso. Con un sistema soltanto proporzionale, invece, il numero degli eletti dipenderebbe più dai voti raccolti dal simbolo leghista e meno dalla trattativa con gli alleati sui collegi.

Il timore dell’«effetto flipper»

È qui che nasce la paura dell’«effetto flipper». Nel proporzionale, la distribuzione dei seggi può richiedere aggiustamenti: se una lista ottiene troppi seggi in una circoscrizione e troppo pochi in un’altra, l’ufficio elettorale deve spostarli seguendo il sistema dei quozienti e dei resti.
Tradotto: non è sempre possibile sapere prima dove scatteranno davvero i seggi. Un partito può pensare di eleggere un candidato in un territorio e poi vedere quel posto spostarsi altrove per effetto dei calcoli nazionali e circoscrizionali.
Per Lega e Forza Italia, che hanno meno voti di Fratelli d’Italia e meno margini nei collegi, il rischio è evidente: meno posti sicuri, più incertezza sui nomi da eleggere e più dipendenza dal risultato del proprio simbolo.

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