La linea ufficiale di via Bellerio è chiara: i deputati della Lega hanno votato a favore dell’emendamento sulle preferenze e non hanno tradito l’indicazione della maggioranza. Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, come ricostruisce Alessandro Da Rold su La Verità, diversi esponenti del Carroccio hanno votato contro e accolto col sorriso la bocciatura. E non è un mistero che tra molti di loro serpeggi il timore che la riforma, abbracciando il proporzionale, possa indebolire il partito nelle roccaforti del Nord.
Molinari difende il gruppo
A garantire sulla compattezza dei deputati leghisti è Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera. Uscendo da Montecitorio ha ammesso che, con il voto segreto, è difficile individuare i franchi tiratori. Secondo i calcoli della Lega, si sarebbero spostati circa 30 voti. Ma Molinari non punta il dito contro i suoi: il partito aveva dato indicazione di votare sì e lui non ha «motivo di pensare» che i deputati leghisti abbiano fatto diversamente.
La questione, però, resta aperta. Anche perché, racconta Da Rold, a microfoni spenti un deputato leghista liquida la caccia ai responsabili con una battuta: «Vuole sapere chi sono stati? Praticamente tutti, o quasi».
Durigon: «Persa un’occasione»
Più prudente Claudio Durigon, vicesegretario della Lega e sottosegretario al Lavoro. Per lui sulla legge elettorale «è stata persa un’occasione». Non chiude nemmeno alla possibilità di ripresentare la norma al Senato.
Sui voti mancati, però, Durigon allarga il campo: i contrari, sostiene, sarebbero stati «distribuiti un po’ tra tutti i partiti di maggioranza». Una posizione tesa a scaricare almeno in parte le responsabilità della Lega, ma senza puntare esplicitamente il dito verso Forza Italia, il partito nel quale le resistenze alle preferenze erano apparse più strutturate.
Assenti e sospetti
Dai sospettati di tradimento, scrive La Verità, può intanto essere esclusa Vannia Gava, la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, che era in Aula e avrebbe partecipato a tutte le votazioni, ma il cui voto non sarebbe stato registrato a causa di un problema tecnico riconosciuto dalla Camera. Lo stesso dicasi per Federico Freni, Giancarlo Giorgetti, Mirco Carloni e Nicola Molteni, che risultavano invece formalmente in missione. Gli assenti non in missione erano Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi e Valeria Sudano.
Ma l’assenza indica al massimo un sì mancato, magari colpevolmente, non un voto contrario: il franco tiratore, per definizione, entra in Aula e vota contro.
I rischi del proporzionale
Il malumore di molti leghisti, però, riguarda la riforma elettorale nel suo complesso. Cancellando i collegi uninominali e spostando il sistema verso il proporzionale, il Melonellum ridurrebbe un vantaggio storico della Lega nelle roccaforti del Nord.
Con il Rosatellum, che adotta un sistema misto maggioritario e proporzionale, il Carroccio può ottenere collegi sicuri sia nelle proprie roccaforti, con l’uninominale, sia grazie alla forza complessiva della coalizione, anche laddove il suo consenso nazionale è più basso. Con un sistema soltanto proporzionale, invece, il numero degli eletti dipenderebbe più dai voti raccolti dal simbolo leghista e meno dalla trattativa con gli alleati sui collegi.
Il timore dell’«effetto flipper»
È qui che nasce la paura dell’«effetto flipper». Nel proporzionale, la distribuzione dei seggi può richiedere aggiustamenti: se una lista ottiene troppi seggi in una circoscrizione e troppo pochi in un’altra, l’ufficio elettorale deve spostarli seguendo il sistema dei quozienti e dei resti.
Tradotto: non è sempre possibile sapere prima dove scatteranno davvero i seggi. Un partito può pensare di eleggere un candidato in un territorio e poi vedere quel posto spostarsi altrove per effetto dei calcoli nazionali e circoscrizionali.
Per Lega e Forza Italia, che hanno meno voti di Fratelli d’Italia e meno margini nei collegi, il rischio è evidente: meno posti sicuri, più incertezza sui nomi da eleggere e più dipendenza dal risultato del proprio simbolo.
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