Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gioacchino Amico aprono uno squarcio inquietante sui rapporti tra politica e criminalità organizzata. Ritenuto dagli inquirenti figura chiave del “sistema mafioso lombardo”, Amico chiama in causa esponenti di primo piano del centrodestra. Nessuno di loro è indagato, ma messi in fila, questi nomi, contiguità, relazioni, delineano una rete che arriva fin dentro il cuore pulsante delle istituzioni. Per questo è necessario fare chiarezza, e non rifugiarsi dietro la scusa della macchina del fango da parte di una presunta “redazione unica” composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report.
Il selfie
Il selfie di Gioacchino Amico con Giorgia Meloni, risalente al 2019, non prova alcuna collusione tra la presidente del Consiglio e il consorzio di mafie rappresentato da Amico. Meloni lo scrive con orgoglio e rabbia, sorvolando sul fatto che nessuno le abbia mosso accuse di questo genere.
La foto non è il problema, ma la presenza di un esponente del clan Senese a un evento del suo partito dà adito a domande che non sono soltanto legittime, ma doverose. Domande per le quali Meloni, già colpita duramente dagli scandali e dalle indagini che hanno coinvolto a vario titolo diversi esponenti della maggioranza, dovrebbe essere la prima a esigere risposte. La tattica, invece, rimane la stessa: la macchina del fango, il vittimismo, le leggerezze.
I fatti
Una delle domande, legittime e inquietanti, è: chi ha fatto entrare Amico alla Camera? Poiché non risulta che disponesse del tesserino permanente rilasciato ai giornalisti e ai membri dello staff dei deputati, Amico deve essere entrato come ospite di qualche parlamentare. Non è chiaro di chi, in quanto non sarebbe disponibile alcuno storico degli ingressi.
Se questa caccia al responsabile è particolarmente complicata è perché, tra le file della maggioranza, Amico vanta parecchi amici e conoscenti: ha avuto contatti diretti con Paola Frassinetti, attuale sottosegretaria al ministero dell’Istruzione, Carmela Bucalo, all’epoca deputata e oggi senatrice FdI, e Mario Mantovani, ex senatore di Forza Italia, oggi europarlamentare di FdI. Anche l’ex parlamentare di FI Roberto Caon (non indagato) ha ammesso di aver conosciuto Amico, come anche l’eventualità di averlo portato con sé in Parlamento, sebbene a riguardo non abbia un ricordo preciso.
I nomi nei verbali
Nei verbali dell’inchiesta Hydra, in mezzo a tanti omissis, compaiono molti altri nomi di rilievo: dal sottosegretario di Stato al ministero dell’Interno Nicola Molteni (Lega) al sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè (FI); dall’ex ministro e attuale presidente del Cnel Renato Brunetta ad Angelino Alfano.
Nessuno è indagato, e tutti dichiarano di non conoscere Amico. Resta però il nodo politico: se un referente del clan Senese può rivendicare rapporti, amicizie, accessi a questi livelli, vuol dire che il confine tra politica e affari, sia legali che opachi, si è fatto troppo sottile. L’inchiesta Hydra racconta proprio questo: un sistema di relazioni spericolate costruito negli anni, basato su connivenze e, forse, anche parecchie “leggerezze”. Come quella che, stando alle dichiarazioni di Amico, avrebbe portato al Viminale Alessandra Gazzellone, avvocato di una sua società, già nelle segreterie politiche di Frassinetti e Bucalo.
Se le responsabilità sono tutte da appurare, resta la responsabilità politica: peccato che la presidente del Consiglio non abbia alcuna intenzione di assumersela. Perché fare la cosa giusta quando si può gridare al complotto?
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