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giovedì 23 Aprile, 2026
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Migranti

“Il governo inventa il bonus Remigrazione”. L’opposizione contro i rimpatri forzati

È scontro sull’emendamento al dl Sicurezza con cui la maggioranza incentiva con un contributo economico gli avvocati che assisteranno un cittadino straniero nei programmi di ritorno in patria

Da Laura Laurenzi
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La norma sui rimpatri volontari dei migranti, inserita dal governo Meloni all’interno del decreto Sicurezza, crea un certo allarme nell’opposizione. Il via libera del Senato, ottenuto lo scorso 17 aprile, genera forti preoccupazioni tra chi vede in questa norma l’inizio delle politiche di remigrazione in Italia. Si tratta delle pratiche che prevedono il ritorno forzato o incentivato di immigrati, anche regolari e di seconda generazione, al fine di invertire i flussi migratori.

Il 20 aprile il decreto inizierà il suo iter alla Camera e martedì 21 si procederà con il voto di fiducia, così da ottenere la conversione in legge entro il 25 aprile. I tempi sono strettissimi e l’approvazione della norma potrebbe arrivare entro la prossima settimana. Il centrosinistra è però già al lavoro per evitare che ciò accada. “Con la norma introdotta dalla maggioranza nel decreto sicurezza siamo arrivati al paradosso inaccettabile dell’invenzione di un ‘bonus remigrazione‘”, critica la deputata del Pd Michela Di Biase.

Cosa prevede la norma sui rimpatri forzati

A destare preoccupazione è l’articolo 30 bis che modifica il Testo unico dell’immigrazione del 1998 e i suoi programmi di “rimpatrio assistito”, permettendo al Viminale di stipulare accordi per programmi di “rimpatrio volontario” anche con il Consiglio nazionale forense, ovvero l’organismo istituzionale di rappresentanza degli avvocati. Nello specifico, i legali che assisteranno un cittadino straniero che deciderà di partecipare ad uno di questi programmi riceveranno dal Cnf un “contributo economico per le prime esigenze”. Un vero e proprio pagamento per incentivare gli avvocati ad assistere questi migranti nel percorso di rimpatrio.

“Parliamo di una misura che rischia di alterare il corretto equilibrio del sistema di tutela dei diritti, mettendo in discussione anche il ruolo e l’autonomia della difesa, che deve restare orientata esclusivamente all’interesse del cliente e non a meccanismi incentivanti”, continua l’esponente dem, chiarendo che alla Camera verrà chiesta dall’opposizione la cancellazione di questa norma, così come ha già fatto il Cnf.

Una preoccupazione che non è condivisa dagli esponenti della maggioranza, che continuano a difendere la proposta. “La norma indica una possibilità e non un obbligo, né un automatismo perché prevede che l’avvocato, che oggi non viene pagato per la consulenza legale, abbia un compenso extra-giudiziale”, spiega il senatore di FdI e promotore della norma, Marco Lisei. “Sulla norma mi pare ci sia un grande malinteso, su cui qualcuno vuole marciare”, conclude confermando che finora il Cnf non è stato interpellato sulla questione, ma vi potrà essere un dialogo dopo l’approvazione della norma. Eppure, lo stesso Consiglio ha già preso le distanze dalla proposta e si è dichiarato non competente in materia.

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