C’è una guerra che si combatte con missili e droni. E poi ce n’è un’altra che si combatte con le parole. In queste settimane, la seconda ha pesato quasi quanto la prima. Ogni giorno una frase, spesso il contrario di quella del giorno prima. Un tono che cambia di continuo: duro al mattino, conciliante la sera. Così la tregua tra Stati Uniti e Iran resta appesa a un filo.
A dirlo è anche il vicepresidente J.D. Vance, che parla di accordo “fragile”. Secondo lui alcuni esponenti iraniani stanno mentendo su ciò che è successo sul piano militare. Poi arriva Donald Trump. Prima definisce l’intesa una “vittoria totale” per gli Stati Uniti. Subito dopo avverte: se l’Iran collaborerà in buona fede si potrà trovare un accordo; se invece proverà a sabotare la tregua, allora non ne sarà felice. È solo l’ultima tappa di una lunga serie di dichiarazioni oscillanti, spesso in contrasto tra loro, dal primo attacco del 28 febbraio fino alla sospensione dei bombardamenti del 7 aprile.
28 febbraio: “Continueremo a bombardare finché servirà per raggiungere la pace”.
1 marzo: “Abbiamo colpito centinaia di obiettivi. Andremo avanti fino a centrare i nostri traguardi”.
2 marzo: “Non abbiamo ancora iniziato a colpirli sul serio. La grande offensiva arriverà presto”.
3 marzo: “Abbiamo già vinto la guerra”.
4 marzo: “Le persone che cercavamo sono state eliminate”.
5 marzo: “Su una scala da 1 a 10, gli Stati Uniti stanno facendo 15”.
6 marzo: “Cittadini iraniani, aiutate a riportare la pace e sarete del tutto immuni, altrimenti andrete verso morte certa”.
7 marzo: “Abbiamo sconfitto l’Iran”.
8 marzo: “Non ho interesse a trattare con l’Iran”.
9 marzo: “Dobbiamo colpire l’Iran”.
9 marzo: “La guerra è quasi finita, e in un modo molto bello”.
10 marzo: “Se bloccano Hormuz, risponderemo con più forza”.
11 marzo: “Non è mai troppo presto per dire che hai vinto. Abbiamo vinto. Era tutto finito già nella prima ora”.
12 marzo: “Abbiamo vinto, ma la vittoria non è ancora completa”.
13 marzo: “Abbiamo vinto la guerra”.
14 marzo: “Per favore, dateci una mano”.
15 marzo: “Se non ci aiutate, me ne ricorderò”.
16 marzo: “In realtà non abbiamo bisogno di alcun aiuto”.
16 marzo: “Stavo solo verificando chi mi ascolta”.
16 marzo: “Se la Nato non ci sostiene, succederà qualcosa di molto brutto”.
17 marzo: “Non abbiamo bisogno né desiderio dell’aiuto della Nato”.
17 marzo: “Non mi serve l’ok del Congresso per uscire dalla Nato”.
18 marzo: “I nostri alleati devono collaborare per riaprire lo Stretto di Hormuz”.
19 marzo: “Gli alleati degli Stati Uniti devono muoversi e contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz”.
20 marzo: “La Nato è fatta di codardi”.
21 marzo: “Lo Stretto di Hormuz deve essere difeso dai Paesi che lo usano. Noi non lo usiamo e non abbiamo bisogno di riaprirlo”.
22 marzo: “Questa è l’ultima volta. Darò all’Iran 48 ore. Aprite lo Stretto”.
22 marzo: “L’Iran è finito”.
23 marzo: “Abbiamo avuto colloqui molto buoni e utili con l’Iran”.
24 marzo: “Stiamo andando avanti”.
25 marzo: “Ci hanno fatto un regalo, arrivato oggi. Un regalo enorme, di grande valore. Non vi dirò cos’è, ma è stata una ricompensa importante”.
26 marzo: “Fate un accordo, oppure continueremo a colpirli”.
27 marzo: “Non dovremmo essere noi a stare nella Nato”.
28 marzo: “Il principe saudita non pensava di dovermi baciare il culo. Farebbe meglio a mostrarsi gentile con me”.
29 marzo: “Con l’Iran stiamo trattando sia in modo diretto sia per vie indirette”.
30 marzo: “Aprite subito lo Stretto di Hormuz, o affronterete conseguenze devastanti”.
31 marzo: “Un accordo è molto vicino e l’Iran avrà fatto la scelta giusta”.
1 aprile: “Vedremo presto cosa accadrà”.
2 aprile: “È il momento che l’Iran faccia un accordo, prima che sia troppo tardi”.
3 aprile: “Sta per succedere qualcosa di grande”.
4 aprile: “L’Iran deve arrendersi subito o affrontare altre conseguenze”.
5 aprile: “Aprite quello fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno! Sia lodato Allah”.
6 aprile: “Possiamo distruggerli in una notte, ho il piano migliore”.
7 aprile: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma con ogni probabilità accadrà”.
7 aprile: “Accetto di fermare i bombardamenti e l’attacco contro l’Iran per due settimane”.
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